Alla data odierna, venerdì 22 gennaio, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins nel mondo si registrano 97,5 milioni di persone contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 e poco più di 2 milioni di vittime (in Italia le infezioni complessive sono 2,4 milioni e i decessi 84.200). I numeri sono destinati inevitabilmente a crescere in modo significativo nei prossimi mesi, ma grazie all'avvio della campagna vaccinale la speranza è che si possa bloccare al più presto la pandemia. Poiché serve un numero enorme di vaccini e la produzione ha limiti logistici inevitabili, le case farmaceutiche li stanno distribuendo a scaglioni, mentre i governi organizzano piani vaccinali ad hoc. Praticamente ovunque si è iniziato con la somministrazione agli operatori sanitari e ai soggetti più anziani, contemplati tra le fasce più a rischio contagio. Secondo un nuovo studio, vaccinare per primi gli anziani rappresenta il metodo migliore per abbattere la costante perdita di vite umane che si registra quotidianamente da oltre un anno.

A dimostrare che somministrare il vaccino prioritariamente ai soggetti anziani è la strada da intraprendere per salvare più vite è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati dell'Università del Colorado di Boulder, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Immunologia e Malattie Infettive della prestigiosa Scuola di Medicina “T. Chan” dell'Università di Harvard e del Dipartimento di Ecologia ed Evoluzione dell'Università di Chicago. I ricercatori, coordinati dalla dottoressa Kate Bubar, studentessa laureata del Dipartimento di Matematica Applicata, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto un sofisticato modello matematico attraverso il quale è stato calcolato l'impatto della vaccinazione in varie fasce d'età. “Il buon senso suggerirebbe di voler proteggere prima le persone anziane e più vulnerabili della popolazione. Ma il buon senso suggerisce anche che si desidera proteggere per primi i lavoratori essenziali in prima linea (come i commessi dei supermercati e gli insegnanti) che sono a maggior rischio di esposizione”, ha dichiarato il dottor Daniel Larremore, coautore dello studio e biologo computazionale presso il Dipartimento di Informatica dell'ateneo del Colorado. “Quando il buon senso ti porta in due direzioni diverse, la matematica può aiutarti a decidere”, ha aggiunto l'esperto.

Bubar e colleghi hanno raccolto i dati epidemiologici relativi alla pandemia di COVID-19 relativi a diversi Paesi (Stati Uniti, Brasile, Cina, Spagna e altri ancora), e hanno calcolato l'impatto della vaccinazione sulla mortalità in diverse simulazioni, in ciascuna delle quali è stata data diversa priorità a ciascuna fascia di età. Tra quelle contemplate figuravano bambini e adolescenti; giovani adulti dai 20 ai 49 anni; tutti gli adulti di età pari o superiore ai 20 anni; tutti gli adulti di età pari o superiore ai 60 anni e casuale, cioè a chiunque indipendentemente dalla fascia di età. “Nella maggior parte degli scenari, in tutti i Paesi, dare la priorità agli adulti con più di 60 anni ha salvato il maggior numero di vite”, hanno scritto i ricercatori in un comunicato stampa. Secondo i calcoli dei ricercatori, se il tasso di vaccinazione dovesse raddoppiare negli USA mantenendo l'attuale curva dei contagi, nei prossimi 3 mesi i vaccini salverebbero circa 65.000 vite, il 23 percento in più.

Gli autori dello studio sottolineano che vaccinare per primi gli anziani è importante perché ad oggi non è ancora chiaro quanto i vaccini riescano a bloccare le infezioni asintomatiche (e dunque la possibilità di spargere il virus), mentre la protezione dalla malattia grave è attorno al 100 percento, a seconda della preparazione. Poiché è noto che all'aumentare dell'età aumentano i rischi di sviluppare la forma grave della COVID-19, in particolar modo in presenza di patologie pregresse (comorbilità), Bubar e colleghi ritengono che sia fondamentale vaccinare per primi proprio gli anziani, anche se i lavoratori impiegati nei settori essenziali dovranno essere esposti al rischio ancora per diverso tempo. I risultati della ricerca “Model-informed COVID-19 vaccine prioritization strategies by age and serostatus” pubblicata sull'autorevole rivista scientifica Science sono simili a quelli di un'altra recente indagine condotta da colleghi americani e italiani, nella quale sebbene sia stato dimostrato che vaccinare per prime le fasce vulnerabili (compresi gli operatori sanitari e i residenti delle case di riposo) determini un limitato beneficio sulla mortalità, è proprio vaccinando gli anziani per primi che si possono salvare più vite.