Covid 19
17 Novembre 2020
11:01

Perché l’indice Rt è diventato inaffidabile per monitorare l’emergenza coronavirus

Diversi scienziati ritengono che l’indicatore Rt, il numero di riproduzione netto che calcola il numero medio di persone che un contagiato dal coronavirus può infettare, è divenuto ormai “inaffidabile” e “irrilevante” per monitorare l’emergenza in corso. La ragione principale risiederebbe nei dati non corretti forniti dalle regioni e nel numero esorbitante di nuovi positivi rilevati nelle ultime settimane, che hanno fatto saltare il sistema di monitoraggio.
A cura di Andrea Centini
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Il numero medio di persone che un contagiato di una malattia infettiva emergente riesce a infettare prende il nome di R0; si tratta del cosiddetto “numero di riproduzione di base” ed è un indicatore statico. Si riferisce cioè alla situazione iniziale della diffusione della patologia, in cui tutta la popolazione di riferimento risulta suscettibile (proprio perché si tratta di una nuova malattia non ci sono né immunizzati né vaccini disponibili). In Italia l'R0 (si legge erre con zero) calcolato sulla base dei dati di alcune regioni a marzo oscillava tra poco più di 2 e 3,33. Col passare del tempo e la diffusione della malattia, all'R0 subentra l'Rt, il numero di riproduzione netto, che calcola sempre il numero medio di contagi che può provocare un infetto, ma a differenza del primo è un indicatore dinamico, poiché legato a diversi fattori in gioco.

Innanzitutto si riferisce a uno specifico arco temporale (tipicamente un paio di settimane) ed è dunque variabile nel tempo, in secondo luogo influenzato dalle misure messe in campo per spezzare la catena dei contagi (come il lockdown), oltre che da immunizzati, deceduti e guariti che aumentano man mano che la malattia si diffonde. Il calcolo dell'Rt per l'emergenza coronavirus SARS-CoV-2 è calcolato sulla base dei dati sui casi sintomatici forniti dalle singole regioni ed elaborati da Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute, ma se questi dati non sono corretti alla fonte, come sostengono diversi studiosi, allora non lo è nemmeno l'Rt che ne deriva. Pertanto ad oggi alcuni considerano Rt un indice inaffidabile e dunque irrilevante, nonostante giochi un ruolo di primo piano – insieme ad altri 20 parametri – per decidere il "colore di rischio" di una determinata regione ( (giallo, arancione o rosso).

All'ottimismo del Presidente del Consiglio Superiore della Sanità Francesco Locatelli, che al recente calo dell'Rt (da 1,72 a 1,43) ha associato l'efficacia delle restrizioni messe in campo a partire dalla fine di ottobre e la conseguente decelerazione della curva dei contagi, si contrappongono i punti di vista di altri scienziati, che come detto bollano l'Rt come uno strumento inaffidabile. Il primo a scagliarsi contro l'Rt è stato Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. Durante un'audizione tenutasi alla Camera dei Deputati ha innanzitutto dichiarato che “il valore di Rt è inappropriato per informare decisioni rapide perché, oltre ad essere stimato sui contagi di 2-3 settimane fa, presenta numerosi limiti”. Tra quelli citati dall'esperto, il fatto che l'Rt viene calcolato su circa il 30 percento dei casi sintomatici, ma poiché diverse Regioni non comunicano correttamente tutti i dati, si determina una significativa sottostima dell'indice.

Ancora più incisiva l'osservazione di Giorgio Parisi, fisico di fama internazionale e presidente dell’Accademia dei Lincei: “Il calcolo di Rt in queste ultime settimane è diventato sempre più inaffidabile e la discesa dell’Rt stimato è completamente irrilevante, anzi questa discesa è un sintomo preoccupante delle crepe che si stanno aprendo sul sistema di monitoraggio”, ha scritto lo scienziato in un articolo sull'Huffington Post. In precedenza, durante una puntata di "Mezz'ora in più" condotta da Lucia Annunziata, aveva affermato che c'è una ingiustificata carenza di dati, poiché quelli rilasciati dalle istituzioni rappresentano solo una piccola parte di quelli su cui gli scienziati potrebbero lavorare.

Parisi ha affermato inoltre che l'Rt precedente (quello più alto) faceva riferimento a una forchetta compresa tra 1,45 e 1,83, mentre il nuovo, quello ridotto, a una forchetta compresa tra 1,08 e 1,81. Si tratta di un intervallo molto più ampio rispetto al primo, che mostra chiaramente una maggiore imprecisione e incertezza dei dati. Lo scienziato sottolinea che l'inefficacia dell'Rt è probabilmente legata all'enorme numero di casi positivi che si contano a partire dalla seconda metà di ottobre – passati da poche migliaia a decine di migliaia in pochi giorni -, che avrebbero di fatto saltare il sistema di monitoraggio. “Non riesce a dare un’informazione precisa sugli sviluppi dell’epidemia”, ha chiosato il fisico. Viene quindi richiesta una modifica ai vari indicatori per avere una stima del numero di riproduzione netto più precisa, ma soprattutto, che vengano forniti agli esperti tutti i dati relativi all'emergenza, affinché si possano condurre indagini statistiche più dettagliate e approfondite. La qualità dei dati è infatti un'arma preziosissima per il monitoraggio delle curve epidemiologiche e per mettere a punto misure ad hoc.

In occasione della Giornata Mondiale della Scienza per la Pace e lo Sviluppo, anche il dottor Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni aveva espresso a fanpage il rammarico per l'assenza di dati dettagliati sull'epidemia in Italia. “C'è lo contro in corso tra il governo centrale e le regioni, e la comunità scientifica – ha affermato Cappato –: sono 8 mesi che chiede due cose semplici: la prima, che tutti i dati sul coronavirus trasmessi dalle regioni al governo e dalle ASL alle regioni siano trasmessi in formato aperto e disaggregato. In modo che siano consentiti degli studi di verifica e di analisi”. La speranza è che le istituzioni si adeguino al più presto dando ascolto alle richiese degli esperti.

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