Con la scoperta in Italia del primo caso di variante brasiliana di Sars-Cov-2 in un uomo di rientro da Brasile atterrato nei giorni scorsi all’aeroporto di Malpensa, cresce anche nel nostro Paese il timore per la versione mutata del coronavirus che maggiormente preoccupa la comunità scientifica. Nota come B.1.1.28 e ribattezzata P.1, la variante brasiliana è infatti quella che, tra le versioni finora identificate, esprime il maggior numero di mutazioni a livello della proteina Spike che il virus utilizza per legare le cellule e penetrare al loro interno, ovvero 10 contro le 9 della variante sudafricana e 8 di quella inglese. Una vera e propria “costellazione di mutazioni” come definita dai ricercatori che per primi l’hanno identificata a Manaus, la capitale dell’Amazzonia, dove si ritiene sia responsabile della grave situazione che affligge lo Stato sudamericano.

Le mutazioni della variante brasiliana

Secondo le prime conclusioni, gli studiosi presumono che alcune mutazioni siano associate non solo a un cambiamento nella diffusione virale ma anche alla capacità del virus di sfuggire alla risposta anticorpale indotta da precedenti infezioni del virus originario. A Manaus, in particolare, dove i tre quarti della popolazione erano già stati colpiti dalla prima ondata di Covid, il nuovo aumento di casi in un’area dove si riteneva si fosse instaurata l’immunità di gregge è attualmente oggetto di studio da parte dei ricercatori.

Alcune prove riguardano soprattutto la presenza della mutazione E484K nel sito di legame al recettore (RBD) della proteina Spike che il virus utilizza per legare le cellule umane e penetrare al loro intero. Questa mutazione, presente anche nella variante sudafricana (B.1.1.28) sebbene quest’ultima appartenga a un ceppo distinto del virus, è stata associata varianti di fuga immunitaria, cioè mutazioni determinate dalla pressione selettiva indotta da fattori che inibiscono l’infezione, come gli anticorpi.

Le varianti con mutazione E484K potrebbero quindi avere la capacità di eludere il riconoscimento degli anticorpi e potenzialmente determinare una nuova infezione anche in chi ha già contratto il ceppo originario. In un lavoro in pre-print pubblicato all’inizio di gennaio, il biologo evoluzionista Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Washington ha inoltre dimostrato in vitro che la mutazione E484K ha ridotto di 10 volte la potenza del plasma iperimmune derivato dal sangue di guariti dal Covid-19, sebbene i risultati di laboratorio possano non valere in condizioni normali.

Oltre a ciò, un’altra mutazione, chiamata N501Y e presente anche nella variante inglese (B.1.1.7), è invece associata a una maggiore specificità di legame per il recettore ACE2, la via di ingresso del virus nelle cellule, dunque a una maggiore capacità infettiva cui è correlata una più rapida diffusione. Ad oggi, ad ogni modo, per la variante brasiliana non è stata confermata né la maggior capacità di provocare reinfezioni né la possibilità che sfugga alla risposta immunitaria, compresa quella indotta dai vaccini approvati che, per la tecnologia a mRna su cui sono basati, possono comunque essere modificati o aggiornati molto facilmente.