I bambini contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 che hanno fatto il vaccino antinfluenzale hanno meno probabilità di sviluppare i sintomi della COVID-19, così come di sperimentare problemi respiratori e sviluppare complicazioni dell'infezione. Lo hanno dimostrato le due scienziate Anjali Patwardhan e Adrienne Ohler del Dipartimento della Salute del Bambino presso la Scuola di Medicina dell'Università del Missouri. Le ricercatrici sono giunte alle loro conclusioni dopo aver analizzato le cartelle cliniche di circa 900 bambini americani, tutti con tampone oro-rinofaringeo positivo al patogeno pandemico.

Dei bambini coinvolti nello studio, più della metà (il 62,51 percento) ha avuto un'infezione asintomatica, mentre tra i piccoli sintomatici il 33,2 percento ha sperimentato sintomi lievi, il 3,37 percento sintomi moderati e lo 0,61 percento una malattia critica. Com'è noto dalle indagini epidemiologiche condotte sino ad oggi, nella stragrande maggioranza dei casi i bambini sviluppano un'infezione asintomatica o con sintomi leggeri, sebbene non mancano anche alcuni casi gravi (e purtroppo anche fatali), come dimostrato dai dati della coorte della nuova indagine. Tra tutti questi bambini, è emerso chiaramente che coloro che hanno ricevuto il vaccino antinfluenzale stagionale presentavano un rischio significativamente inferiore (OR = 0,714, p = 0,028 – IC 95% [0,529, 0,964]) di sviluppare la COVID-19 sintomatica  rispetto ai non vaccinati. Anche i piccoli immunizzati con il vaccino anti-pneumococcico avevano meno probabilità di sperimentare i sintomi della COVID-19 (OR = 0,482, p = 0,010 – IC 95% [0,277, 0,837]).

Ma com'è possibile che il vaccino antinfluenzale e il vaccino anti pneumococcico hanno protetto i piccoli da una sintomatologia più severa? La ragione, come specificato dalla professoressa Anjali Patwardhan in un comunicato stampa, è la cosiddetta interferenza virale. Nell'articolo “Viral Interference: The Case of Influenza Viruses” The Journal of Infectious Diseases dalla dottoressa Stacey Schultz-Cherry del St. Jude Children's Research Hospital di Memphis, l'interferenza virale (o resistenza alla superinfezione) viene definita come “l'inibizione della replicazione di un virus a causa di una precedente esposizione delle cellule a un altro virus”. In parole semplici, se siamo stati già infettati da un altro patogeno, quello che ci colpisce dopo lo fa in misura inferiore a causa di questo meccanismo. “Il fenomeno dell'interferenza virale può verificarsi anche quando il primo virus invasore è un virus inattivato, come nel caso del vaccino antinfluenzale”, ha specificato la professoressa Patwardhan, docente di Reumatologia pediatrica e Salute dei bambini presso l'ateneo del Missouri.

“La ricerca sulla popolazione pediatrica è fondamentale perché i bambini svolgono un ruolo significativo nell'influenzare la trasmissione virale. Comprendere le relazioni e la coesistenza tra coronavirus e altri virus e conoscere lo stato di vaccinazione del paziente pediatrico può aiutare a implementare le giuste strategie per ottenere i migliori risultati”, ha aggiunto la scienziata, sottolineando che la maggiore incidenza di COVID-19 in una determinata popolazione può riflettere anche il basso tasso di vaccinazione, oltre che altre “diseguaglianze sulla salute”. I dettagli della ricerca “The Flu Vaccination May Have a Protective Effect on the Course of COVID-19 in the Pediatric Population: When Does Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2 (SARS-CoV-2) Meet Influenza?” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Cureus.