Tra i sintomi più diffusi della COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2, oltre a febbre, tosse e difficoltà respiratorie figurano anche la perdita dell'olfatto (tecnicamente anosmia) e l'alterazione/perdita del senso del gusto (chiamata disgeusia). Inizialmente non era chiaro se vi fosse una reale associazione tra il patogeno emerso in Cina e questa peculiare sintomatologia, ma col diffondersi della pandemia nel mondo è stato rilevato un numero sempre maggiore di casi. In Italia tra i primi a descrivere l'insorgenza dell'anosmia e della disgeusia è stato il professor Massimo Galli, docente di Malattie infettive presso l’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Luigi Sacco. Ora gli scienziati hanno compreso come può verificarsi l'anosmia nei pazienti contagiati dal coronavirus.

A spiegare il meccanismo sono stati il professor Simon Gane, rinologo e chirurgo dell'Università di Londra, e la professoressa Jane Parker, docente di Chimica dei sapori presso l'Università di Reading. I due scienziati, in un articolo pubblicato sulla rivista The Conversation, hanno ricordato che la perdita dell'olfatto può verificarsi anche per patologie comuni come raffreddori ed influenza, tuttavia per la COVID-19 è coinvolto un processo differente. Se infatti chi non riesce a sentire odori e sapori durante un forte raffreddore ha tipicamente il “naso chiuso”, molti pazienti contagiati dal coronavirus con anosmia hanno dichiarato di avere il naso perfettamente libero (anche se in alcuni casi possono svilupparsi rinorrea e simili). Nei pazienti con COVID-19, inoltre, l'olfatto può sparire e tornare improvvisamente, mentre in altri casi non è stato recuperato a mesi dalla guarigione: com'è possibile?

I due scienziati hanno sottolineato che, attraverso tomografie computerizzate (TC) del naso e del seno nasale dei pazienti con COVID-19, è stato osservato che la fessura olfattiva (dove si trovano i recettori che permettono di annusare gli odori) può essere bloccata da tessuto gonfio e muco, una condizione medica chiamata “sindrome della schisi”. Si pensava che il virus potesse aggredire direttamente i neuroni olfattivi, tuttavia su di essi non sono stati trovati i recettori ACE2, quelli cui si lega la proteina S o Spike del coronavirus SARS-CoV-2, permettendogli di disgregare la parete cellulare, riversarsi all'interno e avviare il processo di replicazione, alla base dell'infezione. Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della prestigiosa Scuola Medica dell'Università di Harvard li ha invece trovati in cellule che supportano i neuroni olfattivi, chiamate “cellule sustentacolari”.

In parole semplici, durante l'infezione il virus aggredisce queste cellule e provoca il gonfiore che impedisce di intercettare gli odori da parte dei neuroni olfattivi; quando si guarisce, il gonfiore si attenua permettendo di nuovo di sentire gli odori. In alcuni casi, tuttavia, l'anosmia continua a perdurare, e secondo gli scienziati ciò sarebbe dovuto a un danno dei neuroni olfattivi innescato da quello delle cellule sustentacolari, per una sorta di reazione a catena (da confermare). Fortunatamente i neuroni olfattivi hanno la capacità di rigenerarsi nel corso del tempo grazie alle cellule staminali, pertanto i pazienti colpiti dalla COVID-19 dovrebbero tutti poter tornare ad annusare gli odori normalmente. Alcuni potrebbero passare per una condizione transitoria chiamata “parosmia”, nella quale i pazienti possono scambiare alcuni odori per altri.