omeopatia

L’Università di Barcellona ha recentemente cancellato il master in omeopatia. Nel Regno Unito le cose non vanno meglio, nonostante l'appoggio di personalità difficilmente definibili "anti-sistema" come il Principe Carlo. Lo studio condotto in Australia pochi anni fa sta facendo storia. La totale mancanza di effetti curativi è ormai accertata con tutti i crismi  scientifici, mentre non esisterebbero prove sufficienti per sostenere che i farmaci omeopatici sono innocui. In realtà i danni indiretti sono dietro l'angolo, come dimostrerebbe il caso del dicembre scorso, quando un bambino di quattro anni è morto perché invece dei farmaci gli sarebbero stati somministrati quelli omeopatici. I genitori sono stati rinviati a giudizio, l'accusa è di omicidio colposo. In Spagna Fernando Frías del "Circolo degli Scettici" parla già di truffa. Non di meno, multinazionali come la francese Boiron (leader mondiale del settore) continuano a fare affari; solo in Spagna parliamo di un fatturato pari a sessanta miliardi di euro. Sembra incredibile, eppure al mondo c'è gente che sarebbe disposta a pagare acqua e zucchero notevolmente più del prezzo corrente, grazie al potere del "bias di conferma" e del "placebo".

Se non è dimostrata l'efficacia perché funziona? Questa la domanda che ricorre spesso nella "Università della vita" per eccellenza: il Web. Chi crede nei miracoli si pone quesiti analoghi. La credenza che i vaccini siano collegati con l'autismo si fonda su basi molto simili: due fenomeni contemporanei vengono associati come causali tra loro. "Guarisco mentre assumo un prodotto omeopatico, quindi funziona"; persone che riderebbero di chi crede ai miracoli o teme di rovesciare il sale, non si accorgono di essere soggetti alle medesime fallacie. Proponiamo come modello ideale quello dello iettatore: avviso qualcuno sul ciglio della strada, "guarda che se non stai attento ti mettono sotto", lui non mi ascolta e muore; quindi "porto sfiga". Determinare i rapporti di causa-effetto non è quasi mai un'operazione banale. Verificare l'efficacia di una cura significa mettere sotto controllo ogni possibile fattore determinante, quindi verificabile e necessariamente documentato. Pensiamo al "doppio cieco", in cui sia medico che paziente non possono sapere se il farmaco sia quello reale o un placebo; in più si confrontano i risultati del primo gruppo con quelli di uno di controllo, dove tutti assumono consapevolmente il farmaco oggetto di studio. La nostra è una sintesi, gli esempi sono tanti e spesso più complessi. Dopo questa fase il team di ricercatori pubblica un articolo scientifico su riviste di settore – dove avviene una prima verifica dell'esperimento – a pubblicazione avvenuta in tutto il Mondo chiunque può ripetere l'esperimento, possibilmente nel tentativo di confutarlo. Si chiama metodo scientifico, quello che ci permette di fare i luminari nei social network cercando su Google e che salva i nostri bambini da malattie un tempo mortali. Non esistono studi condotti in questo modo che dimostrano l'efficacia dell'omeopatia o di qualsiasi altra "medicina alternativa". I fatti sono questi, se non piacciono ci dispiace. I limiti della Medicina non dimostrano l'efficacia di "qualsiasi credenza".

Acqua e zucchero, nulla più. Jaques Benveniste è ritenuto l'autore dello studio più “autorevole” sulla tesi della "memoria dell'acqua", pubblicato su Nature nel 1988, con buona pace di chi pensa che esista un complotto degli scienziati ottusi. Successivamente venne chiesta a Benveniste una replica del suo esperimento, questo non fu possibile, infatti si trattava di truffa. La ricerca venne finanziata da una società che produceva prodotti omeopatici. Sostanzialmente le fondamenta dell'omeopatia sono due: la credenza esoterica in una "memoria dell’acqua" e l'assunto in base al quale "il simile cura il simile". Un sonnifero omeopatico potrebbe essere fatto, per es., diluendo della caffeina migliaia di volte, fino al punto in cui – stando a nozioni chimiche insegnate al liceo – non vi sarebbe più alcuna molecola di principio attivo. A partire da una certa diluizione entriamo quindi nell'omeopatia. L'unità di misura utilizzata è il "CH" (dalle iniziali di Christian Friedrich Samuel Hahnemann, il fondatore di questa pseudo-scienza) che corrisponde ad una parte di principio attivo su 99 d'acqua, tradizione vuole che la soluzione venga poi agitata un centinaio di volte prima di passare alla diluizione successiva (2CH), ovvero, l'1% viene estratto con un contagocce e diluito in un corrispondente 99% d'acqua, ecc. Arrivati a 12CH possiamo parlare di farmaco omeopatico. Oltre, stando alla chimica, si perde ogni traccia del principio attivo: rimane solo acqua. Ad oggi non esiste omeopata che possa negare questo senza contraddire le leggi fisiche. La cosa sorprendente è che esistono diluizioni ben maggiori, quindi ritenute più efficaci, che vengono a costare proporzionalmente di più. Il problema quindi non è il principio attivo in sé, quanto la sua assenza di fatto. Spesso si commette l'errore di associare l'omeopatia all'assunzione di sostanze naturali tout cure. L'omeopatia non è la generica credenza che le sostanze naturali possano far bene.

Gli omeopati non sembrano interessati a sostenere le proprie tesi attraverso il metodo scientifico. Nel  2004 il Tribunale di Catania assolve Piero Angela dall'accusa  di "diffamazione a mezzo stampa", per aver osato spiegare che l'omeopatia è scientificamente infondata; nel 2007 James Randi comincia una conferenza TED assumendo un intero flacone di sonnifero omeopatico tra i più diluiti sul mercato, questo non gli impedirà di arrivare alla fine del convegno senza accusare alcun sintomo di overdose; nel 2011 Paolo Attivissimo emula Randi durante una conferenza con Salvo Di Grazia tenutasi a Lugano, riesce a concludere la serata brillantemente. Ad oggi nessun sostenitore dell'omeopatia ha accettato di sottoporsi ad un test di doppio cieco, dove poter dimostrare – col più semplice dei test – di saper distinguere una zolletta di zucchero da un farmaco omeopatico. Chiediamoci perché.