Amsterdam Repair Café

Si dice spesso che i vecchi mestieri si avviano sempre più verso la sparizione definitiva: lo evidenziano i dati e, soprattutto, lo si osserva nelle strade delle città e dei paesi, laddove c'è sempre meno posto per quelle discrete botteghe piene di attrezzi dagli utilizzi inimmaginabili, scaffali traboccanti di oggetti in disordine e dai pavimenti ricoperti di strani utensili. Negozi dove si era soliti portare tutto quello che ancora non meritava di essere buttato via ma che necessitava di un piccolo intervento riparatore a cui poteva sostituirsi, a seconda delle esigenze dell'utente, un tecnico che arrivava direttamente a casa per risolvere i problemi: per alcuni (soprattutto per quanti abitano nelle grandi città) storie di un tempo che sembra ormai lontanissimo, travolto da quella cultura «usa e getta» che, attraverso il consumismo, è finita per influenzare anche gli stili di vita, gli schemi di pensiero fino a giungere alle modalità di percezione ed espressione delle emozioni. Un sistema complesso che soddisfa sempre meno e che conta un numero decrescente di adepti: un modello destinato a declinare, dopo aver fatto la propria storia, mentre nel mondo si cercano vie alternative.

I Repair Café – Una di queste nuove strade parte proprio dal Vecchio Continente, in particolar modo dai Repair Café olandesi: una trentina di esercizi distribuiti sul territorio dei Paesi Bassi dove, un paio di volte al mese, è possibile portare a riparare gratuitamente suppellettili, piccoli elettrodomestici, pezzi di arredamento o accessori di abbigliamento. Caffè, te e biscotti vengono serviti ai clienti delle botteghe per rendere l'attesa più piacevole, mentre i volontari si mettono all'opera: sono pensionati o disoccupati, giovani studenti o lavoratori, tutti accomunati dalla passione per «aggiustare le cose» e dalla volontà di contribuire a ridurre gli sprechi, persino in un Paese virtuoso come l'Olanda che deposita meno del 3% dei propri rifiuti in discarica. Tutto inizia due anni e mezzo fa da un'idea dell'ex giornalista Martine Postma con la nascita della Repair Café Foundation, finanziata da un fondo di 400 000 euro dal Governo, servito per reclutare personale, farsi pubblicità e comprare anche un pullman. Da allora la «missione ecologica» di questi negozi si è ampliata ed ha riscosso un crescente successo: sono in tantissimi a portare ad aggiustare il proprio ferro da stiro, il tostapane o l'abito preferito, mentre Martine Postma riceve richieste di informazioni da Belgio, Francia, Germania, Polonia, Ucraina, Sudafrica ed Australia. Le riparazioni dei volontari non sostituiscono quelle dei grandi centri di riparazione di elettrodomestici o degli artigiani, dal momento che si tratta per lo più di piccoli interventi dove molto spesso non sono richiesti pezzi di ricambio originali: ma aiutano a contrastare, anche ideologicamente, quella cultura dello spreco che, ormai, ci appartiene in quanto cittadini del mondo occidentale.

Una nuova cultura? – Lo spettro della crisi finanziaria ha provato e sta provando ancora tanto l'Italia e l'Europa: quello che, tuttavia, emerge chiaramente è che un momento così economicamente difficile potrebbe essere sfruttato come un'occasione di miglioramento, un incentivo in più per avviarsi lungo il cammino di una sostenibilità che, già da tempo, doveva essere intrapreso. Che ci piaccia o meno, che ci si senta pronti o non ancora, quel tempo all'insegna dello spreco e dell'inquinamento si avvia inesorabilmente a diventare passato: non è solo la società, con la sua recessione, che ce lo comanda ma, soprattutto, l'ambiente che rischia di andare sempre più verso il collasso con gli stress frenetici a cui è stato sottoposto negli ultimi decenni. Come ci si chiede dalle pagine del New York Times «Amsterdam sta cercando di cambiare la cultura attraverso i Repair Café?». Forse quel mondo contraddistinto dal buttare via oggetti talvolta funzionanti (o "da aggiustare") per il puro gusto di acquistarne di nuovi, lasciandosi alle spalle anche quel pezzo di storia che qualsiasi cosa ci sia appartenuta si porta dietro, è ormai avviato verso la sua fine inesorabile: e i saggi volontari olandesi sembrerebbero averlo compreso prima di molti altri.