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Mestieri e botteghe, molti potrebbero sparire entro dieci anni

Sono tantissime le professioni legate all’artigianato e all’agricoltura che rischiano di scomparire nel giro dei prossimi dieci anni, stando ai dati della CGIA Mestre: una tendenza preoccupante che ci fa porre molte domande sul nostro futuro.
A cura di Nadia Vitali
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Sono tantissime le professioni legate all'artigianato e all'agricoltura che rischiano di scomparire nel giro dei prossimi dieci anni, stando ai dati della CGIA Mestre, una tendenza preoccupante che ci fa porre molte domande sul nostro futuro.

Potenza del consumismo e di questi ultimi decenni che hanno stravolto l'aspetto della nostra società in maniera rapida, profonda e, probabilmente, irreversibile: tutti sappiamo che i «mestieri» sono sottoposti ad un declino inarrestabile che ha visto scomparire dalle piazze dei paesi e delle città tantissime di quelle botteghe, talvolta piene di cianfrusaglie, talaltra odorose di colla, in cui ci si recava quando si voleva far riparare scarpe e orologi, modificare orli e pieghe degli abiti, rilegare un vecchio volume usurato.

E così, quei pochi che, quasi come una sfida, resistono con gli strumenti da lavoro tra le mani, meritano sempre l'amicizia e la stima dei più malinconici, che si legano a quel pezzo di passato della propria città, nella speranza che, almeno quello, possa sottrarsi allo scorrere del tempo, così poco rispettoso dei sentimenti. Purtroppo, stando all'allarme lanciato dalla CGIA Mestre anche queste piccole realtà sono a rischio estinzione ed in un tempo davvero breve: nel giro dei prossimi dieci anni moltissime professioni manuali legate all'agricoltura e all'artigianato potrebbero scomparire, comportando una emorragia di posti di lavoro che potrebbe sfiorare le 385 000 unità.

Stando a queste previsioni, presto potremmo trovarci con sempre meno allevatori e braccianti agricoli, ma anche pellettieri, valigiai, falegnami, impagliatori, muratori, carpentieri, carrozzieri, meccanici, saldatori, orologiai e riparatori di protesi dentarie, tipografi e rilegatori, tecnici di radio e televisioni, elettricisti, sarti, tappezzieri andrebbero sempre più diminuendo. Un dato non solo preoccupante dal punto di vista occupazionale, ma anche spia drammatica di quel «vuoto culturale» che ormai contraddistingue la nostra realtà contemporanea vittima senza più energie del consumismo, mentre gli insegnamenti provenienti dalle crisi finanziarie ed ambientali che stiamo vivendo dovrebbero spingere in tutt'altra direzione.

Certo, come sottolineato dallo stesso segretario della CGIA, Giuseppe Bortolussi, non è possibile fare delle valutazioni certe di quali saranno le esigenze del mercato del lavoro di qui a dieci anni, tuttavia sono tre le realtà inequivocabili, nella «mappa delle principali professioni a rischio estinzione», che parlano chiaramente:

La prima: fra 10 anni la grandissima parte degli over 55 censiti in questa mappa lascerà il lavoro per raggiunti limiti di età. La seconda: visto il forte calo delle nascite avvenuto in questi ultimi decenni,  nel prossimo futuro si ridurrà ancora di più il numero dei giovani che entreranno nel mercato del lavoro, accentuando così la mancanza di turn-over. La terza: se teniamo conto che i giovani ormai da tempo si avvicinano sempre meno alle professioni manuali, riteniamo che il risultato ottenuto in questa elaborazione sia molto attendibile

Quel che è indiscutibile è che il lavoro manuale ha bisogno assolutamente di una seria rivalutazione sul piano sociale che porti i giovani ad avvicinarsi ad esso, considerandolo una risorsa e non una condanna inflitta per non aver correttamente adempiuto ai doveri scolastici: ne va seriamente del nostro futuro, impensabile senza quella piccola economia che, da sempre, aiuta tutti a stare meglio.

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