Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, le due principali potenze vincitrici – gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica – diedero vita alla cosiddetta “Guerra Fredda”, un'aspra contrapposizione combattuta su più fronti ma non direttamente sul campo di battaglia (dettaglio da cui deriva la denominazione del confronto). Sebbene non si innescò un vero conflitto fra gli schieramenti, che avrebbe comportato un prezzo salatissimo per l'umanità intera, i due grandi Paesi continuarono comunque ad ambire alla supremazia militare, mettendo in scena una lunga serie di test nucleari tra gli anni '50 e '60 del secolo scorso. Centinaia di bombe atomiche furono fatte esplodere, molte in atmosfera, altre nell'Oceano Pacifico e altre ancora nel sottosuolo, col risultato di aver inquinato e distrutto ambienti che un tempo erano veri e propri paradisi incontaminati. Le radiazioni di quegli scellerati “esperimenti” si diffusero nell'atmosfera e furono trasportate in tutto il mondo, ricadendo poi come fallout radioattivo. A decenni dall'ultimo test, tracce di quegli elementi radioattivi sono ancora rilevabili nel terreno e persino in ciò che mangiamo, come mostra un nuovo studio che ha rilevato l'isotopo radioattivo Cesio-137 nel miele americano.

A identificare l'isotopo, fortunatamente in concentrazioni non nocive per la salute, è stato un team di ricerca guidato da scienziati dell'Università William & Mary di Williamsburg, Virginia, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Appalachian Laboratory – Centro per le Scienze Ambientali dell'Università del Maryland di Frostburg. Gli scienziati, coordinati dal professor Jim Kaste, docente di geochimica presso il Dipartimento di Geologia dell'ateneo statunitense, hanno avviato le proprie indagini in seguito a un peculiare esperimento richiesto agli studenti dell'università. Il professor Kaste, per mostrare ai ragazzi che le tracce radioattive di quei test nucleari sono ancora presenti in ciò che mangiamo, chiese loro di riportare all'università alcuni prodotti tipici delle zone visitate durante le vacanze primaverili del 2017. Una volta raccolto il materiale, grazie a un rilevatore gamma dimostrò che flebili tracce radioattive erano presenti in frutta, noci e altri prodotti alimentari, ma rimase sorpreso del fatto che un barattolo di miele conteneva concentrazioni di Cesio-137 cento volte superiori a quelle di altri alimenti. Il professor Kaste fece diversi tentativi perché riteneva che qualcosa non andasse nel suo rilevatore, ma si trattava della reale contaminazione radioattiva del miele.

A quel punto decise di indagare a fondo sulla questione e raccolse numerosi barattoli di miele provenienti da diverse aree degli Stati Uniti, facendo scoperte molto interessanti. Dei 122 campioni analizzati, infatti, ben in 68 presentavano tracce di Cesio-137, un isotopo generato dalla fissione nucleare (legata alla reazione di uranio e plutonio) che si verifica nelle bombe atomiche fatte esplodere in aria. Come indicato, i cicli atmosferici diffusero il fallout radioattivo dei test nucleari in tutto il mondo, che ricadde a terra soprattutto attraverso la pioggia. Curiosamente, tuttavia, il miele più contaminato non proveniva dalle regioni più piovose degli Stati Uniti. Com'è possibile? Gli scienziati hanno scoperto che il miele più radioattivo arrivava dalle regioni con terreni caratterizzati da bassi livelli di potassio. Questo elemento viene assorbito dalle piante come fonte di nutrimento e per altri processi metabolici. Poiché ha somiglianze atomiche col cesio, le piante che non riuscivano a sostenersi col poco potassio presente nel terreno hanno cominciato ad assorbire il Cesio-137 disperso dai test nucleari, facendolo così finire nella catena alimentare. Le api, ignare della stupidità umana, hanno continuato a raccogliere il nettare di queste piante e così l'isotopo radioattivo è finito nel miele, per poi arrivare anche sulle nostre tavole. Come indicato, le tracce rilevate da Kaste e colleghi non sono considerate dannose per l'uomo, avendo una concentrazione al di sotto dei 50-100 becquerel per chilogrammo, ma si tratta solo di una frazione di quelle potenzialmente rilevabili negli anni '60 e '70. All'epoca, molto probabilmente, la radioattività era tale da essere nociva per le api stesse e anche per chi ne consumava il miele.

Questo studio mostra per l'ennesima volta quanto l'impatto dell'uomo sul pianeta è stato catastrofico, generando conseguenze che possono protrarsi nell'ambiente per decenni (quando non per secoli). La giornata della Terra (Earth day), che ogni anno si celebra il 22 aprile, ci ricorda proprio l'importanza della conservazione e della tutela degli ecosistemi, fonte di benessere per la biodiversità e per l'intera umanità. I dettagli della ricerca “Bomb 137Cs in modern honey reveals a regional soil control on pollutant cycling by plants” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Communications.