Nella regione della Kamchatka in Russia, una ragazza ha immortalato la carcassa di quella che sembra essere una “misteriosa creatura” inizialmente nascosta nella sabbia gelata. Il suo aspetto peloso ha portato diverse persone a pensare che possa trattarsi dei resti di un Mammut. Secondo buona parte dei media russi che hanno lanciato il ritrovamento in Rete non esisterebbero precedenti simili, inoltre – tanto per cambiare – la reale natura dell’essere resterebbe un mistero. In realtà esistono numerosi precedenti. Quel che si vede in foto – per quanto possa sembrare strano – sono gli ultimi resti di un cetaceo, probabilmente una balena. L’aspetto peloso non deve trarci in inganno.

I precedenti mostri pelosi spiaggiati

Ci eravamo occupati di diversi precedenti simili dove l’aspetto della carcassa spiaggiata ha tratto in inganno proprio per via della presenza di una sorta di peluria bianca. Questa è dovuta in realtà alle fibre di collagene esposte dalla decomposizione. Nel Mondo della criptozoologia le carcasse dei cetacei che si presentano come un ammasso gelatinoso venogno chiamate “globster”, mentre se si presentano come una sorta di ammasso peloso vengono definite “trunko”, in ragione del mostro peloso di una leggenda nata proprio a seguito del primo ritrovamento documentato, in Sudafrica nel 1924. Del resto esistono numerosi precedenti storici a riguardo.

Mistero risolto

Per fortuna ogni volta che avvengono questi ritrovamenti se cerchiamo con attenzione qualche esperto che richiama al buonsenso – rivelando la vera natura della carcassa – si trova sempre. In questo caso il primo a parlare di un cetaceo è stato Sergei Kornev dell'Istituto di ricerca russo di pesca e oceanografia.

Sotto l'influenza del mare, del tempo e di vari animali, dal più piccolo al più grande, le balene assumono solitamente le forme più bizzarre.

Al solito è la scarsa conoscenza del modo in cui gli esseri viventi si decompongono dopo la morte a farci vedere "mostri misteriosi", soprattutto quelli spiaggiati, mentre l'opportunità di lanciare in Rete le immagini rendendole virali fa dimenticare a molti l'esistenza di zoologi, biologi marini e naturalisti, i quali dovrebbero essere i primi ad essere interpellati dopo rinvenimenti simili.