La COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, nella maggior parte dei casi si manifesta con sintomi lievi o è addirittura asintomatica, tuttavia nella restante percentuale può dar vita a una sintomatologia grave e anche critica, potenzialmente fatale. Non a caso, ad oggi, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, dall'inizio della pandemia si registrano oltre 1,5 milioni di decessi in tutto il mondo, 60mila dei quali in Italia. Conoscere in anticipo quali pazienti andranno incontro alla forma severa dell'infezione può essere un'informazione cruciale per salvar loro la vita, ad esempio permettendo di indirizzarli precocemente alle cure più adeguate. Un team di ricerca italiano ha scoperto che le basse concentrazioni di una molecola, chiamata sfingosina-1-fosfato, sono predittive proprio della gravità dell'infezione e del rischio di morire per essa, con tutto ciò che ne consegue in termini terapeutici.

A identificare questo biomarcatore della COVID-19 è stato un team di ricerca tutto italiano guidato a scienziati dell'Unità di Neurochirurgia della Fondazione IRCCS Ca ‘Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, dell'Istituto di Medicina Aerospaziale "A. Mosso" dell'Aeronautica Militare e di vari dipartimenti dell'Università degli Studi di Milano, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Centro di Ricerca Aldo Ravelli e della SC Anestesia e Rianimazione presso la ASST Santi Paolo e Carlo. Gli scienziati, coordinati da Giovanni Marfia, Stefano Centanni e Laura Riboni, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto uno studio con 111 pazienti affetti da COVID-19, i cui parametri emersi da esami di laboratorio sono stati messi a confronto con quelli di 47 soggetti sani. Gli scienziati si sono concentrati sulla sfingosina-1-fosfato poiché questa molecola è strettamente associata a marcatori già noti per la gravità della COVID-19, come ad esempio la ferritina, la lattato deidrogenasi (LDH), la proteina C-reattiva (CRP) e D-dimero.

Dall'analisi dei dati è emerso che, nei pazienti COVID, concentrazioni ridotte della sfingosina-1-fosfato circolante sono associate a un rischio maggiore di sviluppare la forma grave dell'infezione, e di conseguenza di essere ricoverati in terapia intensiva e di morire per la malattia. “Bassi livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato sono indicativi di una aumentata probabilità che s'instauri un grave quadro clinico, che richieda il ricovero in terapia intensiva del paziente, oltre a indicare un'aumentata probabilità di esito sfavorevole e quindi di decesso”, ha dichiarato all'AGI il dottor Marfia, ricercatore presso il Laboratorio di Neurochirurgia Sperimentale e Terapia Cellulare del Policlinico di Milano e Medico del Corpo Sanitario Aeronautico. “I dati analizzati ci hanno consentito di determinare un valore soglia di sfingosina-1-fosfato, misurabile dopo un prelievo ematico già al momento della manifestazione dei primi sintomi, sotto al quale aumenta l'incidenza di complicanze e danno severo a diversi organi tra cui polmoni, fegato e rene”, ha aggiunto lo scienziato.

A spiegare le ragioni per cui questa molecola può giocare un ruolo così significativo nella COVID-19 è la professoressa Laura Riboni, docente di Biochimica dell'Universita' degli Studi di Milano: “La sfingosina-1-fosfato – spiega l'esperta all'AGI – è un biomodulatore chiave in molti processi cellulari vitali, tra cui lo sviluppo e l'integrità vascolare, il traffico linfocitario ed i processi infiammatori. Quando i livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato diminuiscono, s'instaura un danno vascolare e un'alterata risposta del sistema immunitario che determina un eccessivo e persistente stato infiammatorio”. Alla luce della scoperte fatte durante lo studio, gli scienziati italiani ritengono che il monitoraggio della molecola non solo possa essere utile per stratificare i pazienti in sede di triage, indirizzando quelli a maggior rischio di complicazioni verso cure precoci e più specifiche, ma suggeriscono anche che riportare la sfingosina-1-fosfato a livelli nella norma potrebbe offrire benefici nell'evoluzione “infausta” della patologia, oltre a “indurre un'efficace risposta immunitaria dopo vaccinazione”. In parole semplici, è stato individuato un nuovo bersaglio terapeutico, che potrebbe migliorare la prognosi dei pazienti che rischiano di più a causa del contagio. I dettagli della ricerca “Decreased serum level of sphingosine‐1‐phosphate: a novel predictor of clinical severity in COVID‐19” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata EMBO Molecular Medicine.