Credit: Anthropocene
in foto: Credit: Anthropocene

Le spiagge giapponesi nella penisola di Motoujina sono colme di minuscole perle di vetro che racchiudono i resti fusi di Hiroshima, distrutta il 6 agosto 1945 dalla bomba nucleare “Little Boy”. L'ordigno, in grado di sprigionare un'energia di 16 chilotoni, fu sganciato dall'equipaggio americano dell'Enola Gay sul centro della città alle 8:15 del mattino. In pochissimi istanti persero la vita circa 70mila persone, mentre altre 200mila morirono in seguito per gli effetti delle radiazioni. Il 70 percento della città venne letteralmente spazzato via, scagliato nel cielo e fuso dalla devastante reazione atomica. Il metallo, il cemento, la gomma e gli altri materiali di edifici e infrastrutture si mescolarono fra loro nel turbine rovente, e ricaddero a terra col fallout nucleare, sotto forma di piccole perle vitree. Sono la “fotografia” di uno dei più atroci atti perpetrati dall'umanità.

La scoperta. A scovare le particelle vitree tra i grani delle spiagge nipponiche è stato il geologo ed ecologo marino americano Mario Wannier, oggi in pensione. Nel 2015, assieme ai colleghi del Lawrence Berkeley National Laboratory e del Dipartimento di Scienze della Terra e Planetarie dell'Università della California, era intento a studiare protozoi ameboidi chiamati foraminiferi, i cui gusci mineralizzati possono essere trovati proprio nella sabbia. Wannier e il collega Marc de Urreiztieta studiavano da anni le particelle nelle sabbie del Sud Est asiatico, e sapevano distinguere rapidamente i grani minerali da quelli prodotti da piante e animali. Mentre setacciavano quelli delle spiagge della penisola di Motoujina, a pochi chilometri di distanza da Hiroshima, si sono imbattuti in curiose gocce vitree di forma sferica. Dalla loro analisi è emersa la presenza di materiali compatibili con quelli edili, presenti naturalmente in una città. Erano appunto i resti di Hiroshima, cancellata dalla follia dell'uomo esattamente come Nagasaki, bombardata tre giorni dopo il primo attacco nucleare. I composti trovati all'interno delle piccole perle vitree sono stati chiamati dagli scienziati “hiroshimaite”.

Analogie. Analizzando nel dettaglio le perle con i resti di Hiroshima, Wannier si accorse di essersi imbattuto già in passato in formazioni simili. Le trovò nei campioni dei sedimenti del limite Cretaceo-Paleogene (K-Pg), risalente a 66 milioni di anni fa e legato all'evento di estinzione di massa che portò alla scomparsa di numerosi gruppi di animali, compresi i dinosauri non aviani (gli altri “vivono” ancora oggi negli uccelli). In quel caso, a sprigionare un'energia devastante fu il meteorite chicxulub di circa 10 chilometri che precipitò dove oggi si trova la penisola dello Yucatan, in Messico. La catastrofica collisione, che generò un'onda di tsunami alta 1,5 chilometri, sollevò una enorme quantità di roccia e altro materiale, che si fuse in atmosfera e ricadde sotto forma di perline di vetro incandescenti, simili a quelle rinvenute in Giappone. Le particelle trovate sulle spiagge nipponiche rappresentano il 2,5 percento del totale dei grani analizzati, pesano fino a circa 23 grammi e hanno un diametro compreso tra 0,6 e un millimetro. Si stima che sulle spiagge di Motoujina vi siano circa 3mila tonnellate di queste particelle. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Anthropocene.