Come ogni anno l'arrivo del caldo si accompagna alla diffusione delle zanzare, gli insetti che hanno il peggior impatto in assoluto sulla salute dell'uomo. Le specie ematofaghe, cioè quelle che si nutrono di sangue, attraverso le punture sono infatti in grado di trasmettere un numero considerevole di microorganismi, alcuni dei quali responsabili di patologie potenzialmente letali. La zanzara della febbre gialla (Aedes aegypti) e la zanzara tigre (Aedes albopictus), ad esempio, possono trasmettere i virus responsabili di Zika, Dengue, Chikungunya e Febbre gialla; quelle del genere Anopheles il famigerato plasmodio della malaria, mentre le zanzare del genere Culex possono trasmettere il virus del Nilo occidentale (West Nile Virus). Non c'è dunque da stupirsi che le zanzare sono di gran lunga gli animali più letali per l'uomo; basti pensare che ogni anno, in base alle stime dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, provocano in media circa mezzo milione di morti (il secondo animale più letale per l'uomo è l'uomo stesso, mentre al terzo posto ci sono i serpenti, con 50mila vittime all'anno).

Alla luce di queste considerazioni, in molti iniziano a chiedersi se le zanzare, attraverso le punture, possano essere in grado di trasmettere il coronavirus SARS-CoV-2. La risposta fortunatamente è no, come sottolinea l'OMS nella propria pagina dedicata ai “miti da sfatare” sulla COVID-19, l'infezione scatenata dal patogeno emerso in Cina (verosimilmente tra il 20 e il 25 novembre dello scorso anno, secondo uno studio italiano guidato da scienziati del Campus BioMedico di Roma). Sul possibile legame tra zanzare e coronavirus abbiamo intervistato il professor Fabrizio Pregliasco, virologo presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, Vice Presidente Nazionale dell’A.N.P.A.S. (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze) e Direttore Sanitario della Casa di Cura Ambrosiana SRL di Cesano Boscone. Ecco cosa ci ha raccontato.

Professor Pregliasco, con l'arrivo della bella stagione alcuni iniziano a domandarsi se le zanzare possano rappresentare un pericolo per la diffusione del coronavirus. Cosa rispondiamo loro?

No, ci mancano pure le zanzare. No, no, per fortuna no. Ad oggi non c'è nessuna evidenza che trasmettano via sangue le goccioline in cui è presente il virus. Voglio dire, magari domani lo si scoprirà, però non risulta assolutamente.

Quindi mettiamola così, se una zanzara punge una persona positiva e poi ne punge un'altra negativa non può trasmettere l'infezione.

No, non ci sono evidenze.

È successo che virus respiratori simili al coronavirus SARS-CoV-2 siano stati trasmessi da zanzare?

Mai, mai, assolutamente. Su questo possiamo stare abbastanza tranquilli.

A suffragio delle parole del virologo dell'ateneo lombardo ci sono anche le considerazioni del professor Cameron Webb dell'Università di Sydney. In un articolo pubblicato su The Conversation il docente di Clinica ha sottolineato che, benché le zanzare siano in grado di trasmettere diversi virus, non veicolano ad esempio né l'Ebola né il retrovirus dell'HIV. Le zanzare, infatti, non vengono infettate da questi virus, che restano distrutti nel loro intestino o espulsi. I virus, una volta finiti nell'apparato digerente dell'insetto, spiega lo specialista, per essere trasmessi con le punture dovrebbero invadere innanzitutto le sue cellule intestinali e poi passare nel resto nel corpo, fino a raggiungere le ghiandole salivari. Molti virus vengono bloccati prima di completare il “percorso”. Insomma, sebbene vettori di altre patologie virali, non dobbiamo preoccuparci  che le zanzare possano essere causa anche della COVID-19, la cui catena di contagi sembra finalmente in fase discendente nel nostro Paese.

Alla luce dei nuovi dati, il professor Pregliasco ha sottolineato che per la ripresa bisognerà tenere conto “di una regolamentazione molto fine dei vari ‘rubinetti' che possono determinare più o meno contatti”. La riapertura, sottolinea il virologo, “deve essere molto attenta e deve portarci a continuare ad avere quelle precauzioni che stiamo adottando”. L'esperto fa particolare riferimento al distanziamento sociale e al lavaggio delle mani. “I ristoranti e i bar saranno gli ultimi ad aprire, perché bisognerà mantenere dei livelli di distanziamento sociale, da esaminare nell'ambito dei DVR (Documento sulla Valutazione dei Rischi NDR) delle aziende in funzione del rischio degli operatori”.

Il virologo afferma che dovremo tenere alta la guardia fin quando non avremo un vaccino, e anche in virtù delle sperimentazioni cliniche avviate, ritiene ragionevole un tempo di 12-18 mesi per averne uno. “Ci saranno delle velocizzazioni, ma è chiaro che ci vorrebbero degli studi di ‘challenge' per fare più in fretta, servono cioè volontari che dopo la vaccinazione si sottopongano a un'esposizione massiccia del virus. E non è facile”, ha concluso lo specialista.

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