RNA virale del coronavirus SARS-CoV-2 è stato trovato sulle polveri sottili che compongono lo smog, e più nello specifico sul particolato sottile PM10 (con diametro medio di 10 micrometri). Ad annunciarlo gli scienziati della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), che in un position paper pubblicato circa un mese fa avevano già ipotizzato che il patogeno emerso in Cina potesse essere in qualche modo trasportato dalle particelle dell'inquinamento, vero e proprio vettore (carrier) in grado di diffonderlo nell'atmosfera. A suggerire questa pericolosa associazione, il fatto che a picchi massimi nelle concentrazioni di PM2.5 e PM10 registrati in alcune città del nord sono corrisposte le giornate col maggior numero di contagi. Senza dimenticare che i focolai epidemici più significativi della COVID-19 (l'infezione scatenata del coronavirus) sono emersi proprio nei luoghi più inquinati del pianeta, come la Cina, la Pianura Padana in Italia o lo Stato di New York negli Stati Uniti. La conferma del coronavirus sul particolato sottile è stata anticipata all'Agenzia di stampa AGI dal professor Alessandro Miani, il presidente della Sima.

Come spiegato dal dottor Leonardo Setti, coordinatore dello studio assieme a Miani e a Gianluigi de Gennaro, presidente presso il Centro d'Eccellenza per l'Innovazione e la Creatività dell'Università degli Studi di Bari, le particelle virali sono state individuate da scienziati dell’Università di Trieste e dei laboratori dell’azienda ospedaliera Giuliano Isontina, che hanno analizzato 34 campioni di aria raccolti in siti industriali nella provincia di Bergamo. I campioni, ha spiegato Setti all'AGI, sono stati raccolti “con due diversi campionatori d'aria per un periodo continuativo di 3 settimane, dal 21 febbraio al 13 marzo”. Dalle analisi è emerso che il virus è stato rilevato “in almeno 8 delle 22 giornate prese in esame”.

Ma come hanno fatto gli scienziati a rilevare il virus sul particolato sottile? Come per i test basati sulla reazione a catena della trascrizione-polimerasi inversa in tempo reale (RT-PCR), utilizzati per verificare la positività di un tampone rino-faringeo di un paziente, i ricercatori sono andati a caccia delle tracce di RNA virale, e più nello specifico, di tre marcatori molecolari: “Vale a dire il gene E, il gene N ed il gene RdRP, quest'ultimo altamente specifico per la presenza dell'RNA virale SARS-CoV-2”, ha sottolineato Setti. Grazie a queste analisi il team di ricerca ha “ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico”, attraverso la rilevazione di “geni altamente specifici, utilizzati come marcatori molecolari del virus”, ha concluso Setti.

I risultati della ricerca, spiega all'AGI il professor De Gennaro, suggeriscono che le goccioline contenenti il virus espulse dai soggetti positivi (il cosiddetto droplet) “possano stabilizzarsi sulle particelle per creare dei cluster col particolato, aumentando la persistenza del virus nell'atmosfera come già ipotizzato sulla base di recenti ricerche internazionali”. Ciò aiuterebbe a trasportarlo negli ambienti e potenzialmente a diffondere la COVID-19. Il condizionale è comunque d'obbligo, perché come spiegato dagli autori dello studio, il fatto di aver trovato RNA virale sul PM10 non significa che si tratti di una carica virale sufficiente a contagiare una persona e avviare l'infezione. Questo aspetto fondamentale dovrà essere oggetto di studi specifici e approfonditi. Non va inoltre dimenticato che il particolato sottile già di per sé rappresenta un serio rischio per la salute, soprattutto quando l'esposizione a livelli di rischio è prolungata nel tempo (come avviene nella Pianura Padana), rendendo gli anziani più fragili suscettibili all'aggressione di infezioni virali, come affermato dall'epidemiologo Prisco Piscitelli.

Alla luce di queste considerazioni, gli autori dello studio sottolineano la grande importanza nell'indossare la mascherina chirurgica “da parte di tutta la popolazione” e di mantenere il distanziamento sociale. I livelli di particolato sottile, inoltre, in futuro potrebbero essere usati come indicatori precoci per verificare la possibile ricomparsa del coronavirus, dandoci il tempo di prendere tutte le misure necessarie per evitare la nascita di nuovi focolai.