La Prima ministra neozelandese Jacinda Ardern
in foto: La Prima ministra neozelandese Jacinda Ardern

La Nuova Zelanda è considerata una delle nazioni più virtuose in assoluto nel contrasto alla pandemia di COVID-19, grazie alle rigorose misure preventive che hanno limitato in modo significativo la circolazione del coronavirus SARS-CoV-2. Basti pensare che alla data odierna, martedì 16 febbraio, da quando il patogeno ha iniziato a diffondersi sono stati registrati soltanto 2.337 casi di infezione e 26 morti nel Paese, come indicato nella mappa interattiva dell'Università Johns Hopkins. Ora un nuovo studio ha dimostrato che gli interventi non farmaceutici (NPI) introdotti per contrastare la COVID-19 sono stati estremamente efficaci anche contro altri patogeni, in particolar modo con quelli responsabili dell'influenza, che è stata praticamente azzerata. Nel corso del 2020, dopo il lockdown, i casi si sono infatti ridotti del 99,9 percento rispetto a quelli registrati negli anni precedenti.

A determinarlo un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Institute of Environmental Science and Research di Wellington e dell'NPIsImpactOnFlu Consortium, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del St Jude Children’s Research Hospital di Memphis (Stati Uniti), dell'Auckland District Health Board, del Ministero della Salute neozelandese e di altri istituti. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Q. Sue Huang, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un'approfondita indagine epidemiologica avvalendosi dei dati di più sistemi di sorveglianza. Incrociando tutte le informazioni è emerso che durante il periodo del lockdown, nel 2020, i casi di influenza sono diminuiti del 67,7 percento, mentre dopo le riaperture è stato registrato un calo del 99,9 percento. Gli scienziati affermano che l'uso diffuso delle mascherine, il distanziamento sociale e il lavaggio frequente delle mani con acqua e sapone o gel idroalcolici ha praticamente bloccato sul nascere la diffusione dei virus influenzali. Ma hanno contribuito anche i comportamenti più accorti delle persone, che ad esempio hanno iniziato a restare a casa e isolarsi in presenza di sintomi respiratori e hanno fatto molta più attenzione durante gli incontri con gli altri.

Come indicato, in Nuova Zelanda la riduzione dei casi è stata significativa anche per altre patologie respiratorie. I casi di infezione da virus respiratorio sinciziale sono crollati del 98 percento; quelli di metapneumovirus umano del 92,2 percento e di rinovirus del 74,6 percento. Alla luce di questi risultati, gli autori dello studio sottolineano che gli interventi non farmaceutici possano rappresentare un'arma estremamente preziosa per tenere sotto controllo l'influenza pandemica “e altre gravi minacce virali respiratorie”. Naturalmente mascherine e altre misure sono ben note da tempo, e non serviva di certo una catastrofica pandemia per "scoprirle", ciò nonostante l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) non le raccomanda per contenere l'influenza stagionale, poiché ritiene che siano poco praticabili, come indicato nell'articolo “Nonpharmaceutical Interventions for Pandemic Influenza, National and Community Measures” pubblicato sulla rivista scientifica specializzata Emerging Infectious Diseases. Ma i risultati impressionanti ottenuti durante la pandemia di COVID-19 potrebbero portare ad alcuni cambiamenti nelle linee guida. Ad esempio, dopo la fine di questa catastrofe, potrebbe essere incoraggiato l'uso della mascherina nei luoghi pubblici durante il periodo invernale. I dettagli della ricerca neozelandese “Impact of the COVID-19 nonpharmaceutical interventions on influenza and other respiratory viral infections in New Zealand” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Communications.