Sono stati rilevati i primi casi di animali domestici contagiati dalle varianti del coronavirus SARS-CoV-2, fra i quali anche un gatto in Italia. Era solo questione di tempo, tenendo presente che cani, felini di vario genere e altre numerose specie di mammiferi – circa 400, secondo uno studio dell'Università della California di Davis – sono più o meno suscettibili al lignaggio originale di Wuhan, come dimostrano i casi di contagio rilevati sia nelle famiglie dei positivi che negli zoo. Nulla lasciava ipotizzare che gli animali potessero essere in qualche modo "immuni" ai ceppi emergenti del patogeno pandemico. Anzi, poiché le varianti nel mirino degli esperti possono risultare più trasmissibili e potenzialmente letali, le conseguenze sugli animali devono essere monitorare con attenzione ancora maggiore.

La variante coinvolta nei primi casi di contagio tra animali domestici è quella inglese, classificata dagli esperti come lignaggio B.1.1.7 (o Variant of Concern 202012/01 – VOC-202012/01). Emersa a settembre dello scorso anno nell'Inghilterra sudorientale, è divenuta rapidamente quella dominante in vasta parte del Regno Unito, e oggi viene rilevata nel 95 percento dei positivi. Si ritiene che presto possa diventare quella principale anche in Italia e in altri Paesi europei, oltre che negli Stati Uniti. Del resto, un recente studio condotto da scienziati della London School of Hygiene and Tropical Medicine ha dimostrato che questa variante è caratterizzata da una trasmissibilità fino al 90 percento superiore rispetto a quella di oltre 300 ceppi emersi in precedenza, mentre una ricerca pubblicata sul British Medical Journal ha rilevato una mortalità superiore del 64 percento.

I primi casi di animali contagiati dalla variante inglese sono stati segnalati proprio nel Regno Unito, dove è stato osservato un anomalo incremento di casi di miocardite (infezione del cuore) in cani e gatti. I veterinari del Ralph Veterinary Referral Center, una clinica nella periferia di Londra, tra dicembre 2020 e febbraio 2021 hanno rilevato una significativa impennata di animali affetti dalla condizione, passati dall'1,4 percento al 12,8 percento. La miocardite è nota come una delle possibili conseguenze dell'infezione da coronavirus SARS-CoV-2. Alla luce di questo aumento dell'incidenza, come indicato sull'autorevole rivista Science, i veterinari hanno deciso di indagare a fondo sui casi di 11 pazienti a quattro zampe (otto gatti e tre cani), nessuno dei quali aveva una storia di malattie cardiache. Gli animali sperimentavano letargia, perdita dell'appetito, respirazione affannosa, svenimento e aritmie cardiache, inoltre presentavano anche liquido nei polmoni. Erano tutti segni di possibile COVID-19. In sette sono stati sottoposti a tampone molecolare e tre sono risultati positivi alla variante inglese del coronavirus SARS-CoV-2, come riportato nello studio “Myocarditis in naturally infected pets with the British variant of COVID-19” pubblicato sul database online BiorXiv (non ancora sottoposto a revisione paritaria). I test sierologici condotti sugli altri quattro hanno mostrato che in due erano stati precedentemente contagiati dalla variante inglese del patogeno. Cinque proprietari degli 11 animali con miocardite erano risultati positivi al coronavirus SARS-CoV-2.

Una situazione analoga si è verificata anche in Texas, negli Stati Uniti, dove un cane e un gatto appartenenti a una stessa famiglia (con proprietari positivi) sono risultati anch'essi contagiati dalla variante inglese. I due animali da compagnia non avevano sintomi al momento del test, tuttavia hanno iniziato a starnutire qualche tempo dopo. Fortunatamente tutti gli animali si sono ripresi e sono in via di guarigione, eccetto un gatto in Gran Bretagna che si è ammalato gravemente, a tal punto da dover essere soppresso dai veterinari. Gli esperti concordano tutti sul fatto che le infezioni osservate nelle varie famiglie derivino tutte dai padroni e non dagli animali. Al momento non è noto se la variante inglese risulti più trasmissibile anche tra gli animali e se possa provocare una malattia più grave; del resto non ci sono prove che le miocarditi riscontrate dai ricercatori siano state effettivamente provocate dal virus, anche se non lo si può escludere.

Per quanto concerne il caso italiano, l'animale coinvolto è un gatto di otto anni maschio, castrato, i cui campioni biologici prelevati dal Servizio Veterinario dell'Asl di Novara sono stati inviati all'Istituto Zooprofilattico di Torino per gli esami di rito, che hanno confermato la positività alla variante inglese. Come sottolineato dagli esperti, non c'è alcun motivo di preoccupazione particolare. "La positività del gatto non deve generare allarmi; a causa della malattia dei loro proprietari, gli animali d’affezione si ritrovano a vivere in ambienti a forte circolazione virale", ha sottolineato il dottor Bartolomeo Griglio, responsabile della Prevenzione della Regione Piemonte. "Non è dunque inatteso che anch’essi possano contrarre l'infezione, ma non esiste evidenza scientifica sul fatto che giochino un ruolo nella diffusione del COVID-19. Il contagio interumano rimane la principale via di diffusione della malattia", ha concluso l'esperto. Ricordiamo che i vaccini  approvati per l'uso di emergenza contro il coronavirus SARS-CoV-2 sono tutti efficaci contro la variante inglese.