Grazie al più vasto e approfondito studio condotto sulla variabilità climatica della Terra, che abbraccia un periodo lungo ben 66 milioni di anni, è stato dimostrato che l'impatto delle emissioni di carbonio legate alle attività umane è sensibilmente superiore a quello delle fluttuazioni climatiche naturali associate a cicli astronomici. Questa situazione, nella quale ci siamo infilati con le nostre stesse mani e che continuiamo a peggiorare anno dopo anno, sta portando la Terra a trasformarsi (a grandissima velocità) in un mondo “di fuoco”, che rischia di raggiungere temperature talmente elevate che non si riscontravano da ben 50 milioni di anni. Ciò avrà un impatto catastrofico su fauna, flora ed interi ecosistemi, oltre che sull'umanità tutta.

A definire il drammatico scenario è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati tedeschi dell'Università di Brema e del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Scienze Geologiche dell'Università degli Studi di Padova; del Dipartimento di Scienze della Terra dello University College di Londra; dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Roma; dell'Università di Edimburgo; dell'Università della California e di numerosi altri istituti sparsi per il mondo, compresi altri italiani.

Gli scienziati, coordinati dal professor James C. Zachos, membro del MARUM – Center for Marine Environmental Sciences dell'Università di Brema, sono giunti alle loro conclusioni analizzando i sedimenti recuperati da fondali marini profondi per decenni, attraverso il programma dell'International Ocean Drilling Program (ODP/IODP). Ma com'è possibile determinare il clima studiando carote recuperate dagli abissi? Il segreto è in minuscole creature che vivono nei mari da centinaia di milioni di anni, i foraminiferi, protozoi ameboidi protetti da un guscio. Analizzando le concentrazioni e il rapporto dei composti presenti all'interno del guscio di questi organismi, è possibile sapere quanto fosse calda o fredda l'acqua nella quale hanno vissuto, e quali elementi circolassero nell'atmosfera. Ad esempio, il rapporto tra ossigeno-18 e ossigeno-16 (due isotopi) presenti nel guscio, ci dice quanto fosse calda l'acqua, mentre quello tra carbonio-13 e carbonio-12 indica quanto carbonio fosse disponibile per il nutrimento, i cui livelli più elevati erano legati a enormi concentrazioni di gas a effetto serra (ad esempio immesse in atmosfera da devastanti eruzioni vulcaniche).

Zachos e colleghi sono riusciti ad avere un quadro della variabilità climatica dalla scomparsa dei dinosauri non aviani (66 milioni di anni fa) fino ai giorni nostri, e hanno potuto rilevare quattro stadi distinti di “riscaldamento” attraverso cui è passata la Terra: Warmhouse, Hothouse, Coolhouse e Icehouse. Ciascuno di essi e legato all'estensione delle calotte polari, ai livelli di gas serra in atmosfera e ai cambiamenti orbitali del pianeta che hanno un impatto sul clima, come l'inclinazione dell'asse e l'eccentricità dell'orbita (i cosiddetti cicli di Milanković). Ebbene, incrociando tutti i dati è stato dimostrato che l'impatto dei gas a effetto serra emessi dall'uomo è significativamente superiore a quello di questi cicli, e ci sta proiettando verso temperature altissime, potenzialmente assimilabili a quelle del “massimo termico del Paleocene-Eocene”, quando a causa di enormi eruzioni vulcaniche nell'Atlantico del Nord erano addirittura di 16° C superiori a quelle che stiamo vivendo oggi. L'incubo in cui ci stiamo infilando lo mostra bene il grafico qui sopra, dove la linea a zig-zag mostra una brusca impennata sulla destra, proprio in relazione all'antropocene, caratterizzato dalle emissioni che produciamo attraverso le nostre attività.

“Le proiezioni dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) per il 2300 porteranno potenzialmente la temperatura globale a un livello che il pianeta non ha visto in 50 milioni di anni”, ha dichiarato il professor Zachos in un comunicato stampa. “Ora che siamo riusciti a catturare la variabilità del clima naturale, possiamo vedere che il riscaldamento antropogenico previsto sarà molto maggiore di quello”, ha aggiunto lo scienziato. I risultati della ricerca sono uno schiaffo ai negazionisti del cambiamento climatico catalizzato dalle emissioni antropiche, dato che mostra in modo chiaro – e su un arco temporale molto ampio – quanto esse incidano più delle dinamiche naturali legate ai cicli orbitali. I dettagli della ricerca “An astronomically dated record of Earth’s climate and its predictability over the last 66 million years” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Science.