L'archeologa José Joordens con una delle conchiglie che l'Homo erectus rompeva per mangiarne il frutto. (Photo: Henk Caspers, Naturalis)
in foto: L'archeologa José Joordens con una delle conchiglie che l'Homo erectus rompeva per mangiarne il frutto. (Photo: Henk Caspers, Naturalis)

Che l'Homo erectus di Giava potesse utilizzare le conchiglie di alcuni mitili come utensili già migliaia di anni fa, era facilmente prevedibile: ma che potesse servirsi degli stessi oggetti come una "tela" per le proprie opere d'arte è una conclusione che lascia tutti a bocca aperta. Conclusione a cui sarebbe giunto un gruppo internazionale di ricercatori, guidato dall'archeologa dell'Università di Leida José Joordens: in un articolo pubblicato dalla rivista Nature, infatti, sono illustrati i dettagli di una scoperta che sembra fornire una nuova tessera al complicato mosaico della conoscenza della storia evolutiva degli uomini.

Una scoperta tra i reperti custoditi da oltre un secolo

Fino ad oggi si è sempre attribuita la creazione di incisioni dal mero scopo estetico esclusivamente all'Homo sapiens che, in Africa, avrebbe intrapreso migliaia di anni fa il cammino che lo ha portato fino alla capacità ragionamento astratto che è fondamentale per la realizzazione di manufatti privi di funzioni pratiche immediate. In realtà, molti studi degli ultimi anni hanno evidenziato come anche il "cugino europeo" del Sapiens, Homo Neanderthalensis, abbia lasciato tracce che potrebbero essere attribuite ad una primitiva forma d'arte. I 21 ricercatori sono invece incappati in un reperto che sembrerebbe suggerire un nuovo imprevisto scenario proveniente del sito di Trinil, già conosciuto come insediamento dell'Homo erectus, sull'isola indonesiana di Giava. Tra le centinaia di conchiglie fossili della Dubois Collection custodite presso il Naturalis Biodiversity Center di Leida, venute alla luce sul finire del XIX secolo nell'ambito delle campagne di scavo condotte dall'antropologo olandese Eugène Dubois che nel 1891 rinvenne proprio a Trinil i primi resti di un Homo erectus, ne è stata identificata una molto particolare. Essa reca un modello geometrico di incisione, una sorta di zigzag, che può essere osservato soltanto con una luce obliqua direzionata su di esso: si tratta di una formazione che evidentemente precede il processo che ha portato la conchiglia a fossilizzarsi (altrimenti non ci sarebbe stata alcuna scoperta, d'altronde).

La più antica opera mai realizzata

Ma gli studiosi hanno approfondito la vicenda, per escludere anche la possibilità che l'incisione potesse essere frutto di altri animali o di fenomeni naturali: alla fine hanno appurato che sembra proprio che quella sia opera del lavoro di un Homo erectus vissuto tra 430.000 e 540.000 anni fa, secondo quanto è stato possibile determinare sfruttando due differenti metodi di datazione scientifica. Questo retrodaterebbe di parecchie migliaia di anni il record di antichità per un'opera astratta di produzione umana.

L'ingegno dell'Homo erectus

La ricerca ha inoltre mostrato come questi ominidi fossero piuttosto ingegnosi, a giudicare proprio dal modo in cui aprivano i grandi mitili d'acqua dolce di cui sono stati ritrovati i resti: attraverso un foro praticato con un oggetto tagliente, forse un dente di squalo, riuscivano a centrare proprio il punto in cui il frutto è attaccato, tenendo la conchiglia ben serrata. La precisione con cui lavoravano indicava un grande destrezza ed una buona conoscenza dell'anatomia dei molluschi, hanno spiegato gli esperti. Il frutto, infine, veniva mangiato, mentre della conchiglia si facevano altri usi, a quanto pare anche ben più complessi di quanto immaginassimo fino ad oggi.