Un medico abbigliato per il trattamento dei malati di peste
in foto: Un medico abbigliato per il trattamento dei malati di peste

Da quando le epidemie di peste segnano il destino dell’umanità?

Fonti storiche incerte

Fino ad oggi si riteneva che la certezza si potesse avere soltanto a partire dalla cosiddetta peste di Giustiniano che,tra il 541 e il 544, devastò l’intera area mediterranea. Non c’è la sicurezza assoluta, invece, sulle fonti storiche precedenti: ad esempio, Tucidide descrive una spaventosa epidemia che colpì Atene nel V secolo a. C., uccidendo anche Pericle. Benché tradizionalmente ci si riferisca a questo evento chiamandolo “peste di Atene”, l’accuratezza dei dettagli riportati dallo storico greco è comunque insufficiente affinché si possa escludere del tutto la possibilità che la piaga, in quel caso, fosse il vaiolo; discorso applicabile a tutte le altre epidemie verificatesi prima del VI secolo d. C., come la peste antonina del 166 d. C.

Sappiamo bene, invece, come in seguito la peste sia tornata ad affacciarsi spesso, fino a causare pandemie che decimarono le popolazioni di Europa (Peste Nera del 1347-1351 e Grande Peste del 1665-1666) ed Asia (la terza pandemia, emersa in Cina intorno al 1850 ed esplosa nel 1894 trascinandosi per diversi anni nel secolo successivo).

All’origine del male

Adesso, però, uno studio curato dai ricercatori dell’università di Copenaghen arricchisce di nuovi dati la storia di questa malattia, facendoci scoprire che è anche più antica di quanto creduto fino ad oggi poiché colpiva già nell’età del bronzo. Gli scienziati hanno analizzato il DNA estratto dai denti di 101 individui adulti vissuti tra 2.800 e 5000 anni fa in un ampio territorio compreso tra la Siberia e la Polonia, passando per l'Estonia e l'Armenia. In sette persone è stato identificato il batterio responsabile della peste, Yersinia pestis: tra questi, l’uomo più antico morì 5.783 anni fa. A quell'epoca, quindi, la peste era già sgradita compagna dell’uomo: tuttavia le mancavano alcune caratteristiche che l’avrebbero resa un flagello in seguito.

Mutazioni comode per proliferare

Il batterio dell’età del bronzo non aveva ancora un gene chiamato Yersinia murine toxin che lo protegge all'interno dello stomaco delle pulci, portandolo a moltiplicarsi finché il tratto digestivo del loro ospite non è strozzato ed obbliga la pulce a mordere qualunque cosa, diffondendo così il contagio rapidamente. Una mutazione non antica quanto la peste ma che, comunque, non è così moderna essendo semplicemente emersa a partire da 3.700 anni fa, sviluppandosi per i secoli successivi: già nell'età del ferro, quindi, era la pulce dei ratti a veicolare la trasmissione.

Nello stesso periodo deve essere emerso anche un altro gene chiave per la patogenicità della peste, chiamato pla, che facilita l’invasione in profondità dei tessuti trasformando così una condizione patogena localizzata ai polmoni nell'infezione bubbonica che attacca i linfonodi.

I lunghi viaggi della peste

Il resto, poi, lo ha fatto la storia: gli spostamenti lungo le rotte commerciali sono stati un fondamentale canale di passaggio per le pulci portatrici della malattia che, servendosi dei topi (e non solo), portavano il batterio a proliferare nei luoghi più remoti. Le epidemie hanno inciso profondamente sulle società e sulla cultura del tempo in cui si verificarono e la peste, con le sue caratteristiche sintomatiche, assurse al ruolo di flagello inviato da una divinità scontenta all'umanità colpevole. Flagello che, per inciso, esiste ancora pur essendo limitato a pochi casi all'anno, circa un migliaio: la storia della convivenza dell'uomo con la peste è antica e, soprattutto, molto duratura.