Pochi giorni fa è casualmente venuta alla luce una immensa fossa comune nel cuore di Londra: alcuni operai stavano compiendo degli ordinari lavori per la realizzazione di una nuova biglietteria nella stazione ferroviaria di Liverpool Street quando sono incappati in questa macabra sorpresa. Immediato l’intervento in squadra degli archeologi per il recupero dei circa 3.000 scheletri che il terreno ha improvvisamente restituito all'attualità per ricordarci, come farebbe Albert Camus, che la peste in qualche modo torna sempre.

Il trionfo della morte (circa 1446) custodito presso la La Galleria Regionale della Sicilia a Palazzo Abatellis a Palermo
in foto: Il trionfo della morte (circa 1446) custodito presso la La Galleria Regionale della Sicilia a Palazzo Abatellis a Palermo

I resti umani, infatti, sono stati riconosciuti come risalenti ai tempi della Grande Peste di Londra quindi al 1665-1666: l’epidemia, che fece tra le 70.000 e le 100.000 vittime, fu una delle tantissime che funestarono l’Europa con una serie di cicli verificatisi a partire dal XIV secolo e giunti fino alle soglie del XIX con le ultime crisi. In quel caso, come spesso era accaduto, le vie del commercio (che per lo più si serviva delle navi) furono un vettore fondamentale per la diffusione del male. Dopo la prima violentissima ondata che porta il nome di Peste Nera e che ridusse di un terzo la popolazione del Vecchio Continente tra il 1347 e il 1353, nel corso dei secoli successivi i focolai tornarono ad accendersi e ad uccidere.

1 Il ruolo dei cambiamenti climatici

Alcuni studiosi si sono chiesti se l’infezione restava effettivamente in Europa per poi scatenarsi grazie a circostanze favorevoli o se, piuttosto, ogni volta veniva nuovamente introdotta dall'Asia. In uno studio pubblicato il mese scorso da Proceedings of the National Academy of Sciences i ricercatori delle Università di Oslo e Berna concludono che all’origine dei cicli epidemici ci sarebbero le fluttuazioni climatiche registrate in Asia centrale e che, quindi, il male arrivava da lontano ogni volta. Questo perché i mutamenti climatici avevano influenze pesanti sulle popolazioni locali di roditori. Per arrivare a queste considerazioni, i ricercatori hanno condotto indagini ampie partendo dai dati di 7.711 focolai storici di peste. I tronchi degli alberi di specifiche zone hanno fornito importanti informazioni relative all’andamento climatico: è stata così osservata, dagli alberi della regione di Karakorum in Asia centrale, una correlazione tra le variazioni del regime monsonico in Asia e la comparsa, a circa 15 anni di distanza, dei focolai di peste in Europa.

2 Non solo ratti

Ma come si spiega il nesso? È presto detto: variazioni nel clima portavano a periodici crolli nelle popolazioni dei roditori. Ne consegue che le pulci che trasmettono il batterio Yersinia pestis responsabile del male, hanno bisogno di nuovi ospiti; in molti trovavano alloggio anche sui cammelli che marciavano lungo la Via della Seta e, così, prendevano poi la strada che li conduceva verso le rotte marine e i porti europei. Quindi i cammelli ebbero un ruolo fondamentale ma anche altri roditori, a scapito forse del principale imputato da sempre, ossia il ratto nero: in Asia, infatti, i principali vettori furono il grande gerbillo, lo scoiattolo delle steppe, la marmotta grigia.

3 Ma la peste può causare ancora epidemie in Europa?

Non molti anni fa, un gruppo internazionale di ricercatori riuscì nell'impresa di ricostruire l’intero genoma del batterio Yersinia Pestis ricavato dai resti ossei (in particolare, i denti) rinvenuti a Londra di vittime della Peste Nera. Dopodiché gli stessi studiosi confrontarono questo DNA della morte nera con quello del batterio che causa la peste ancora oggi e che, dall'inizio del XXI secolo, ha fatto registrare tra i 1.000 e i 3.000 casi annuali. Ne è emerso che il microrganismo, negli ultimi 600 anni, si è modificato ma tutto sommato non tanto e in modo lineare. Questo tradotto in altri termini significa –  secondo gli autori dello studio pubblicato da Nature – che non è diventata meno infettiva la peste ma, semplicemente, che le condizioni igienico-sanitarie, ma anche urbanistiche e demografiche, si sono modificate nella misura in cui non consentono più la nascita di una pandemia come quelle dei secoli scorsi.