La mortalità dei pazienti ricoverati in terapia intensiva per COVID-19, l'infezione causata dal coronavirus SARS-CoV-2, è diminuita di circa un terzo tra la fine di marzo e la fine di maggio, passando dal 60 percento al 40 percento. La statistica positiva è stata osservata in Asia, Europa e America del Nord, dove la pandemia non ha colpito in modo uniforme, come mostrano i dati della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins.

A determinare il crollo della mortalità è stato un team di ricerca britannico guidato dallo scienziato Tim Cook della Royal United Hospitals – Bath NHS Foundation Trust, che ha collaborato con i colleghi R. A. Armstrong e A. D. Kane, rispettivamente della Severn Deanery di Bristol e del Dipartimento di Anestesia presso l'Ospedale Universitario “James Cook” di Middlesbrough. Gli scienziati sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto una revisione sistematica e una meta-analisi di 24 studi di osservazione, col coinvolgimento di oltre 10mila pazienti. Cook e colleghi hanno raccolto i dati nei database Medline, Embase, PubMed e Cochrane aggiornati al 31 maggio.

Dall'analisi statistica è emerso che la mortalità in terapia intensiva per i pazienti con COVID-19 risultava essere del 59,5 percento alla fine di marzo, e soltanto due mesi dopo si è attestata al 41,6 percento. Nonostante la significativa riduzione, in un comunicato stampa pubblicato dall'Università di Bristol il professor Cook  ha indicato che la mortalità per coronavirus resta doppia rispetto a quella determinata da altre polmoniti virali, che si attesta al 22 percento. Come emerso da numerose altre indagini cliniche, del resto, pur essendo un virus respiratorio il coronavirus è in grado di colpire direttamente o indirettamente praticamente ogni distretto del corpo, anche a causa dei coaguli di sangue che può produrre. Tra gli organi maggiormente interessati vi sono il cuore, i reni e il cervello.

Ma da cosa può essere dipeso il calo della mortalità? Secondo il professor Cook potrebbe dipendere da ciò che hanno appreso i medici durante la prima fase della pandemia, permettendo loro di gestire meglio le conseguenze di una malattia sconosciuta. Potrebbero aver giocato un ruolo anche i cambiamenti nei criteri di ammissione nei reparti di terapia intensiva, il cui "affollamento" rappresenta un fattore fondamentale nel guidare le misure di contenimento. Infine, gli scienziati non escludono che un impatto possano averlo anche i tempi necessari per il trattamento dei pazienti in rianimazione. Nel Regno Unito, spiegano gli esperti, nel 20 percento dei ricoveri la terapia intensiva per i pazienti con COVID-19 dura oltre 28 giorni, mentre per il 9 percento di essi più di 42 giorni. Queste tempistiche possono naturalmente influenzare dati che abbracciano un arco temporale di 60 giorni. I dettagli della ricerca “Outcomes from intensive care in patients with COVID‐19: a systematic review and meta‐analysis of observational studies” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata “Anesthesia” dell'Associazione degli anestesisti.