La Grande Barriera Corallina australiana può essere ancora salvata dagli effetti del riscaldamento globale, ma è necessario intervenire urgentemente con due strategie: spostare le larve dei coralli del nord (più resistenti) a sud e selezionare artificialmente – senza ingegneria genetica – quelli più duri e capaci di sopravvivere ai cambiamenti climatici. Si tratta di interventi invasivi e con qualche rischio, anche dal punto di vista di diffusione delle malattie (seppur limitato), tuttavia considerando la situazione drammatica che sta vivendo il reef, non agire è molto peggio che provare queste soluzioni ‘estreme'. Perlomeno è ciò che pensano i ricercatori dell'Australian Institute of Marine Science di Townsville, nel Queensland, che hanno messo a punto il piano d'azione per salvare i coralli. Del resto soltanto alcuni mesi addietro era emerso scetticismo sulle reali speranze di poter salvare la barriera corallina, come sottolineato dagli scienziati del Reef 2050 Plan Independent Expert Panel impegnati nella sua salvaguardia.

Le due strategie innovative, che puntano a migliorare la resilienza della barriera, sono state progettate dal team del professor Ken Anthony e hanno nomi peculiari: flusso di geni assistito ed evoluzione assistita. La prima, come indicato, prevede lo spostamento delle larve dei coralli del nord verso sud, l'area del reef che ha subito più danni perché meno resistente ai cambi di temperatura. Il passaggio di queste larve avviene anche naturalmente, ma si tratta di un processo lento e limitato dalle correnti che attraversano il Pacifico, come la Corrente Equatoriale del Sud, che in pratica ‘taglia' la barriera e blocca il flusso delle larve. I coralli del nord sono noti per resistere a temperature di 1 o 2° centigradi in più rispetto a quelli meridionali; l'idea dei ricercatori è raccoglierne manualmente le larve e trasferirle sulle aree sbiancate e distrutte.

Il secondo piano d'azione, l'evoluzione assistita, passa invece dal laboratorio. Senza ingegneria genetica, i biologi marini stanno selezionando con incroci artificiali le varietà di corallo più dure e resistenti, concentrandosi anche sulle alghe simbionti più a proprio agio con temperature elevate. È proprio la loro scomparsa – a causa dello shock termico – a determinare il caratteristico sbiancamento, e lo scopo degli scienziati è la selezione di alghe più forti, per immetterle in natura e favorire così un'evoluzione assistita.

Entrambi i piani sono ambiziosi, ma vanno approntati con urgenza e richiedono una certa quantità di fondi. I coralli stanno infatti morendo a ritmi insostenibili, non solo a causa dell'aumento delle temperature, ma anche per il costante processo di acidificazione di mari e oceani, senza dimenticare la distruzione provocata dalle invasioni di Acanthaster planci, grosse stelle marine che li divorano in ingenti quantità. Pur riuscendo a contenere in 1,5° centigradi l'aumento delle temperature medie, l'obiettivo più virtuoso degli accordi sul clima di Parigi, la Grande barriera corallina avrebbe comunque il destino segnato. Gli interventi ipotizzati sarebbero troppo lenti e troppo generici per riuscire a invertire il fenomeno devastante in atto; basti pensare che solo nel 2016 è andato perduto il 29 percento dell'intera barriera australiana, e nel solo Queensland sarebbe morto il 70 percento dei coralli. È in questo scenario da incubo che si inserisce la soluzione estrema del professor Anthony e colleghi; se avrà insuccesso, i nostri nipoti molto probabilmente potranno osservare questa meraviglia della natura soltanto nei documentari storici.