La rigogliosa Foresta Amazzonica è vicinissima al punto di non ritorno, un processo che potrebbe renderla molto simile all'arida savana africana. A lanciare l'allarme sono stati i due scienziati Thomas E. Lovejoy e Carlos Nobre, che per decenni hanno studiato a fondo l'Amazzonia. Il secondo, climatologo conosciuto in tutto il mondo e vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2007 assieme ad Al Gore e ad altri colleghi del Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici dell'ONU, già ad ottobre in un intervento alla Camera dei Deputati italiana aveva sottolineato il rischio di “savanizzazione” del 70 percento della Foresta Amazzonica entro una trentina di anni. Ora, assieme al suo collega conosciuto come il “Padrino della Biodiversità”, docente presso il Dipartimento di Scienze e politiche ambientali dell'Università George Mason, ha pubblicato un approfondito editoriale su Science Advances nel quale ha spiegato nel dettaglio perché il “polmone verde” della Terra è prossimo al tracollo.

Il processo descritto da Lovejoy e Nobre ha un nome specifico, ovvero “dieback”, che in parole semplici implica la fine della rigogliosa foresta pluviale per come ancora la conosciamo oggi, nonostante sia costantemente assediata da incendi e sovrasfruttamento. A causa dell'incessante disboscamento, causato dagli incendi per far posto a terreni agricoli, miniere e allevamenti, si sta creando un disequilibrio nel ciclo dell'acqua, che sta facendo sparire l'umidità tipica di una foresta pluviale. Il ciclo è intimamente connesso al vapore acqueo rilasciato dalle foglie degli alberi (il processo di traspirazione) e all'evaporazione dell'acqua piovana. Ma essendoci sempre meno alberi, il 50 percento dell'acqua piovana abbandona le aree più disboscate defluendo attraverso i fiumi verso gli oceani, senza rientrare nel ciclo dell'acqua. Ciò, spiegano Lovejoy e Nobre, sta inaridendo porzioni sempre più grandi della “ex foresta”, e se non verranno riforestate il più rapidamente il disequilibrio che si è venuto a creare potrebbe superare la fatidica soglia del dieback, determinando una savanizzazione irreversibile.

Gli alberi superstiti seccherebbero, brucerebbero e rilascerebbero nell'atmosfera fino a 140 miliardi di tonnellate di carbonio, una quantità immensa che andrebbe ulteriormente a catalizzare il riscaldamento globale. L'anidride carbonica, del resto, rappresenta il principale dei gas serra. Nell'anno appena concluso sono stati registrati ben 195mila roghi, moltissimi dei quali appiccati da agricoltori e allevatori senza scrupoli per ampliare le proprie terre a disposizione, favoriti anche dalle politiche antiambientaliste del presidente Jair Bolsonaro. I modelli climatici mostrano l'umidità della foresta pluviale amazzonica influenza le piogge in buona parte del Sud America ma anche negli Stati Uniti; se dovesse sparire il polmone della Terra, il Texas perderebbe un quarto delle proprie piogge annuali, diventando ancora più arido e desertico.

I due scienziati hanno ricordato che l'uomo ha già distrutto il 17 percento degli alberi della Foresta Amazzonica, e di questo passo si arriverà al 27 percento molto rapidamente, secondo una stima del WWF. La soluzione, come indicato dagli scienziati, è nella riforestazione, ma al momento non sembrano esserci piani ad hoc da parte del presidente Bolsonaro. “Oggi siamo esattamente in un momento cruciale, il punto di svolta è qui, è adesso”, hanno sottolineato i due ricercatori, nella speranza di una presa di coscienza per salvare la meravigliosa foresta, ricchissima di biodiversità.