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Non esiste alcuna associazione tra livelli di vitamina D e il rischio di fratture, dal quale i supplementi dovrebbero proteggerci, inoltre la sua presunta carenza sarebbe una vera e propria “pseudo-malattia”, che abbiamo inventato per sentirci più sicuri assumendo costosi integratori. A smantellare questo castello di carte attorno alla vitamina D il professor Tim Spector, docente di Epidemiologia genetica presso l'autorevole King's College di Londra, che sul giornale accademico senza scopo di lucro The Conversation ha elencato una serie di studi a sostegno della sua teoria.

Il medico e ricercatore, che è anche direttore presso il Dipartimento di Ricerca sui Gemelli e di Epidemiologia genetica all'Ospedale Saint Thomas, ha assestato il primo durissimo colpo agli integratori di vitamina D esponendo i risultati del più grande studio clinico nella prevenzione delle fratture. La ricerca, pubblicata sul British Medical Journal, ha coinvolto oltre 500mila persone provenienti da diversi Paesi e i casi di ben 188mila fratture. Dalle analisi statistiche non è emersa alcuna associazione tra fratture e livelli ematici di vitamina D, misurati grazie a marcatori genetici. Ciò ha permesso di superare i limiti intrinseci dei normali studi di osservazione, sulla base dei quali non si può avere un rapporto di causa-effetto. Altre indagini hanno confermato quanto dichiarato da Spector.

Insomma, se la vitamina D – un gruppo di pro-ormoni liposolubili composto in realtà da 5 distinte vitamine – non riesce a prevenire le fatture, si chiede il professor Spector, “perché preoccuparsi delle persone con bassi livelli ematici di questa vitamina?”. Il problema è soprattutto uno, cioè quando siamo effettivamente innanzi a una carenza di questa sostanza, che si produce nel nostro organismo grazie alla luce solare ma si assume anche attraverso specifici alimenti, come pesce, latticini e succo d'arancia. Purtroppo, spiega Spector, non c'è coerenza nei vari sistemi sanitari: ad esempio negli Stati Uniti si ritiene normale una concentrazione tra 50 e 80 nanomoli per litro di sangue, tuttavia una recente ricerca condotta in Australia ha dimostrato che sono sufficienti 30 nanomoli. È sulla base di questi dati discordanti che per milioni di persone viene indicata una carenza di vitamina D, una vera e propria pseudo-malattia, perché la vera carenza, come indica Spector, è quando si hanno meno di 10 nanomoli per litro di sangue.

A causa di questa situazione moltissime persone assumono integratori di vitamina D, che nella stragrande maggioranza dei casi sono assolutamente inutili, mentre in altri possono essere addirittura dannosi. Spector sottolinea che è ormai diventato consueto trovare persone con una concentrazioni di oltre 100 nanomoli per litro di sangue, un potenziale rischio, dato che alcuni studi randomizzati hanno trovato un'associazione tra cadute e fratture e livelli più elevati di vitamina D. Lo scienziato conclude la sua invettiva contro gli integratori suggerendo alle persone di assumere la vitamina D con piccole dosi di sole e attraverso un'alimentazione sana e varia, evitando inutili e costosi integratori. Del resto, una recente ricerca dell'Università di Toronto e del St. Michael's Hospital ha dimostrato che la maggior parte degli integratori contenenti vitamine e sali minerali, nella maggior parte dei casi risultano inutili dal proteggerci anche dalle patologie cardiovascolari. Studiosi australiani invece non hanno trovato alcuna associazione tra vitamina D e protezione da malattie neurodegenerative come l'Alzheimer.