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Una rivoluzione silenziosa sta trasformando le abitudini alimentari dell’Occidente. Negli ultimi decenni, e sempre più rapidamente negli ultimi anni, cresce il numero di persone che si definiscono vegetariane. In Italia sono oggi cinque milioni, di cui 400mila vegani, persone cioè che non mangiano nemmeno i prodotti di derivazione animale come uova e latte. Dati accolti con molta soddisfazione dai partecipanti al Festival Vegetariano 2012 che si chiude oggi a Gorizia, con ospiti del calibro dell’astrofisica Margherita Hack e dell’attivista Peter Hammarstedt. E irrobustiti dall’allarme lanciato qualche giorno fa alla conferenza mondiale dell’acqua da Malik Falkenmark dello Stockholm International Water Institute, secondo il quale se non abbracceremo la dieta vegetariana l’umanità andrà incontro a catastrofiche crisi alimentari entro il 2050.

Questioni di salute, ma anche di ambiente

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Essere vegetariani non è solo una scelta di etica. Molti, certo, approdano a questa decisione per un reale sentimento animalista: sono il 44% del totale, secondo i dati Eurispes. Ma la maggioranza, quasi una persona su due, sceglie di essere vegetariano per stare meglio in salute. Non solo mangiare frutta, verdura, pesce e legumi garantisce un superiore apporto di vitamine e di altre sostanze benefiche, ma evitare il consumo di carne riduce al minimo la possibilità che nel corso della vita insorgano alcuni tipi di patologie. Tra queste soprattutto il cancro al colon, legato al consumo di carni rosse e lavorate, cibi che secondo le associazioni mediche dovrebbero essere assunti in quantità molto ridotte, non oltre il mezzo chilo a settimana, preferibilmente anche meno: perché non è ancora chiaro se esista una soglia minima al di sotto del quale si può stare sicuri, e nel dubbio i vegetariani preferiscono farne proprio a meno. Inoltre, il consumo di carni rosse, specie quelle di manzo, bufalo e vitello, ricche di acidi saturi, favoriscono l’insorgere della coronararopatia, un grave disturbo cardiovascolare strettamente legato al tipo di dieta, e la cui incidenza potrebbe ridimensionarsi qualora si limitasse il consumo di carne, o almeno si sostituisse la carne rossa con quella bianca.

Anche se ancora poche persone giustificano la loro scelta sulla base della motivazione ambientalista, in realtà secondo gli esperti proprio questa dovrebbe essere la principale motivazione per spingerci ad abbandonare la carne. L’impronta ecologica degli allevamenti di bestiame è infatti enorme. Gli allevamenti sono responsabili del 18% delle emissioni di anidride carbonica e gas serra che favoriscono il cambiamento climatico, soprattutto a causa degli effetti del processo di ruminazione e digestione dei bovini. Inoltre, l’enorme fabbisogno alimentare dei capi di bestiame impone di destinare sempre più terre al pascolo, strappando spazio alle aree boschive. Più di metà della produzione cerealicola mondiale non è destinata al consumo umano, ma all’alimentazione animale. Ci troviamo nell’incredibile situazione per cui milioni di persone patiscono la fame perché metà dei cereali prodotti nel mondo non sono destinati a loro, ma agli animali.

Tutti vegetariani nel 2050?

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E poi c’è il problema dell’acqua. Gli allevamenti vanno irrigati e l’acqua necessaria per tutta la filiera che porta alla produzione di appena 5 kg di carne è superiore al consumo che ne fa una famiglia media in un anno! La produzione di carne, in altre parole, è responsabile del 70% del consumo mondiale di acqua, in un mondo in cui le riserve idriche si stanno riducendo sempre di più. Certo, l’irrigazione serve per tutto, quindi anche per la coltivazione della verdura, della frutta e dei cereali, quindi di buona parte dell’alimentazione vegetariana. Ma il confronto non regge: se per un chilo di carne bovina sono necessari non meno di 15.000 litri di acqua, per un chilo di riso ne sono sufficienti poco più di 3000. Cinque volte di meno.

Da un lato c’è chi ricorda che l’essere umano è un animale onnivoro, tale per natura, in quanto prodotto dell’evoluzione, e che eliminare completamente la carne dalla nostra dieta rischia di costringerci a dipendere da integratori per alcune sostanze che gli altri alimenti non contengono. Le proposte vanno nella direzione di un miglioramento genetico delle coltivazioni, tale da consentire di incrementare il rendimento annuale delle colture, permettendo quindi di produrre di più senza aumentare pascoli e terreni coltivabili. Altre ipotesi puntano in futuro alla produzione di carne in laboratorio, per ridurre al minimo l’impatto ambientale degli allevamenti. Dall’altro lato, il rapporto dello Stockholm International Water Institute sostiene che l’unico modo per evitare micidiali carestie da qui al 2050 sarà quello di ridurre la nostra percentuale di proteine necessarie al fabbisogno provenienti da prodotti animali dal 20% attuale al 5% o anche meno. Insomma, i nostri figli e nipoti dovranno essere vegetariani, o quasi: meglio quindi cominciarli ad educarli fin da subito.