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Se qualcuno vi dicesse che, nel corso degli ultimi mesi, avete mangiato una fetta di carne “clonata”, quale sarebbe la vostra reazione? Probabilmente, disgusto. Vi verrebbero in mente OGM, mostruose ibridazioni genetiche che producono animali deformi e gravi rischi per la salute umana. Una “sindrome di Frankenstein” dura a morire, ma la verità è che non vi accorgereste della differenza. Difatti, per quanto scarse siano le probabilità, alcune centinaia di italiani hanno forse mangiato carne proveniente da un bovino o un suino clonato negli scorsi mesi. E non se ne sono accorti.

Semaforo verde per la carne clonata

Sulla scorta del parere positivo emesso dall’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare), la Commissione europea ha dato il via libera alla commercializzazione di carne clonata, esentando gli allevatori dalla necessità di richiedere autorizzazioni, come avviene in Gran Bretagna. E non vige nessun obbligo di etichettare un animale come prodotto per clonazione. Dunque, nulla vieta che sul mercato italiano si trovi carne bovina o suina frutto di tecniche di clonazione. Ma prima di farsi prendere dalle naturali paure che derivano da questi concetti un po’ oscuri, è bene far chiarezza.

Pur essendo entrambe tecniche di ingegneria genetica, la clonazione e la produzione di organismi geneticamente modificati (OGM) sono due cose diverse. Con gli OGM si prende, per esempio, una pianta di mais, innestando nel suo codice genetico dei geni provenienti da altri organismi di specie diverse che magari garantiscono al mais, una volta innestati, una maggiore resistenza “naturale” a parassiti o batteri. Nulla vieta che un suino OGM possieda geni di una pecora, se è dimostrato che quei geni possano garantire al suino effetti positivi sulla sua salute e la produzione di carne. Sull’argomento non c’è unanimità di vedute e alcune sperimentazioni hanno dimostrato alcuni rischi insiti nell’innesto di geni provenienti da specie diverse (soprattutto riguardo la trasmissibilità di tali geni).

La clonazione è molto più naturale: si tratta di prelevare dall’individuo ospite una cellula uovo, rimuoverne il nucleo e sostituirlo con il nucleo di una cellula staminale prelevata dall’individuo che s’intende clonare. La nuova cellula uovo viene fatta riprodurre in vitro dando vita alla prima scintilla di embrione (lo zigote), che viene nuovamente innestato nell’individuo ospite. Da lì, seguirà la normale gravidanza: al termine, nascerà un individuo identico a quello clonato. Perché dovremmo clonare una mucca? Certo non per sostituire capi clonati con capi normali. Non ce ne sarebbe il bisogno, e inoltre la clonazione resta una tecnica costosa. Ma possiamo clonare i migliori capi di bestiame di un allevamento (“campioni”) così da riprodurne le caratteristiche. Una vacca che dà latte in abbondanza e ottima carne è da preferire a una “vacca magra”: un principio condiviso da tutti gli allevatori e che l’ingegneria genetica rende realizzabile.

Ci sono naturalmente molti interessi in gioco: qualsiasi allevatore preferirebbe avere un allevamento composto quasi esclusivamente da campioni, che gli garantiscano un’alta produttività. Dopotutto, è difficile dire cosa distingua un animale clonato da uno “naturale”, e il sapore delle bistecche, certamente, è uguale. Secondo alcuni, il rischio deriva dal fatto che un animale clonato possiede un sistema immunitario più fragile: ciò lo renderebbe più facilmente preda di malattie come l’encefalopatia spongiforme bovina, nota come “mucca pazza”, di cui è nota la trasmissibilità all’uomo. Questi rischi per la salute umana non sono stati comprovati, ma ricerche in tal senso sono ancora in corso. La clonazione di capi di bestiame non è però l’ultima frontiera dell’ingegneria genetica applicata al settore alimentare. Il punto d’arrivo è la possibilità di produrre carne in laboratorio. Qui si tratta di un meccanismo diverso: non la generazione e l’allevamento di un animale che segue il normale ciclo di vita dei suoi simili (macellazione inclusa), ma la coltura in vitro di una succulenta bistecca.

Carne da laboratorio

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Il segreto per la produzione di carne in vitro risiede nelle cellule staminali, quel tipo di cellule, cioè, capace di differenziarsi e dare vita a tessuti organici diversi (per questo le staminali hanno un impiego rilevantissimo nella medicina). Isolate le cellule staminali adulte o embrionali dal tessuto degli animali, vengono fatte crescere in una coltura in laboratorio dove, dopo alcuni mesi, in seguito a differenziazione e riproduzione, andrebbero a costituire un muscolo fatto e finito. Non solo: proseguendo la coltura, il muscolo potrebbe crescere e svilupparsi. Arrivato al giusto livello di crescita, sarebbe pronto per essere cotto e mangiato. Detta così, sembra semplice. Ma in un articolo su Scientific American pubblicato qualche mese fa sull’edizione italiana Le Scienze, Jeffrey Bartholet faceva notare diversi problemi: innanzitutto, c’è una differenza tra le cellule staminali embrionali e quelle adulte. Quelle embrionali possono trasformarsi in qualsiasi tipo di cellula, mentre quelle adulte sostituiscono e riparano solo le cellule a loro simili. Ciò spiega perché, in medicina, si preferiscono usare le staminali embrionali: una volta prelevate, potranno differenziarsi in tutti i tipi di cellula possibili, e soprattutto a elevate velocità. Tuttavia, se sul breve termine è facile “costringere” le staminali embrionali a differenziarsi tutte allo stesso modo, per esempio trasformandosi tutte – o comunque in buona parte – in cellule muscolari, sul lungo periodo è un altro paio di maniche: poiché servono mesi di coltura prima che la riproduzione cellulare metta su una massa muscolare significativa, molte di queste cellule, coltivate in vitro, tendevano spesso a diventare cellule del cervello piuttosto che del muscolo. Allora, la soluzione migliore sarebbe impiegare staminali adulte, prelevate dal muscolo di un animale adulto: sicuramente si trasformeranno a loro volta in cellule muscolari. Ma la loro crescita è molto più lenta rispetto alle staminali embrionali, e più cresce il tempo di coltura più il metodo si rivela anti-economico: con questo sistema, per far crescere500 grammi di carne occorrerebbero 50.000 dollari! Metodi alternativi sono stati teorizzati, e diversi sono già in fase di sperimentazione. È probabile che nel giro di un decennio si riesca a produrre quantità di carne considerevole e a basso prezzo in laboratorio. La domanda è: la gente la mangerà?

Fondamentalmente, il sapore dovrebbe essere uguale. Quando mangiate una bistecca, il grosso è costituito da tessuto muscolare; e per quanto possiamo illuderci che la differenza di sapore dipenda dalla qualità dell’allevamento, in realtà quasi sempre dipende dagli aromi aggiunti in fase di preparazione. Certo, la differenza è che quella bistecca deriva da un animale vero, cresciuto nel corso di anni, allevato e macellato, mentre quest’altra sarebbe prodotta in laboratorio. Ma per gli animalisti potrebbe già essere un buon traguardo: dopo tutto, addio macellazione, con tutto l’apparato di sofferenze del povero animale (potremmo farlo crescere, prendergli un po’ di staminali e aspettare che muoia tranquillamente di vecchiaia). Non è naturalmente solo per le esigenze degli animalisti che si spendono grosse cifre per le ricerche in questo settore. Forse sorprenderà, ma l’allevamento intensivo dei bovini produce notevoli quantità di gas serra, che consideriamo responsabili del cambiamento climatico. Jeremy Rifkin, tra i più celebri studiosi di questi fenomeni, stima che circa il 20% dei gas serra provenga dalle emissioni naturali dei bovini. Come prodotto della loro digestione, i bovini immettono in atmosfera protossido d’azoto e metano, molto più impattanti a livello climatico dell’anidride carbonica. Senza contare che l’intera filiera d’allevamento ha un impatto ecologico enorme: ettari di terreno che vengono sottratti alle foreste, emissioni inquinanti dei mezzi che trasportano la carne nei vari punti della filiera, e così via. Secondo uno studio di una ricercatrice di Oxford pubblicato lo scorso anno, produrre carne in laboratorio comporterebbe una riduzione fino al 95% delle emissioni di gas serra e fino al 98% in meno di terreno necessario per gli allevamenti (che potremmo trasformare di nuovo in foreste, producendo ossigeno e rimuovendo anidride carbonica dall’atmosfera). Mangiare carne non sarebbe più così “inquinante”.

Certo, nessuno sta dicendo di rinunciare completamente all’allevamento di tipo “tradizionale”. Al consumatore resterà sempre la scelta tra una fiorentina ai ferri di origine controllata e una prodotta in vitro o magari frutto di un capo clonato. Ma in prospettiva, di fronte a un mondo sempre più popoloso e affamato, la scelta sarà inevitabile: o diventare tutti vegetariani, o trovare il modo per evitare che la crescita degli allevamenti distrugga sempre più aree boschive, privandoci delle fonti naturali d’ossigeno ed emettendo sempre più gas serra in atmosfera. E se in questo modo si potrà fornire cibo buono e a buon mercato per i paesi poveri, salvando milioni di vite l’anno, saremo magari meno schizzinosi.