Entro la fine del mese di febbraio potrebbe essere disponibile in Italia un nuovo kit diagnostico in grado di identificare rapidamente le famigerate “varianti” del coronavirus SARS-CoV-2, uno strumento preziosissimo che potrà aiutarci a capire l'andamento della pandemia nel nostro Paese e la diffusione dei diversi lignaggi del patogeno. Nelle ultime settimane c'è stato un vero e proprio boom nell'identificazione (e nella circolazione) di varianti mutate del coronavirus, alcune delle quali stanno seriamente mettendo in apprensione scienziati e istituzioni. Tra quelle che preoccupano di più la variante inglese B.1.1.7 o Variant of Concern 202012/01 – VOC-202012/01; la variante sudafricana 501.V2; la variante brasiliana P.1 o B.1.1.248 e anche le nuove identificate in GermaniaGermania e California.

Gli studi su queste varianti sono ancora agli inizi, e sebbene per alcune sia stata acclarata una maggiore trasmissibilità, fortunatamente non ci sono prove sulla capacità di provocare un'infezione più grave o mortale del ceppo selvatico. Tra i rischi maggiori, ad esempio per il lignaggio brasiliano, vi è quello di avere la capacità di “aggirare” il sistema immunitario e provocare reinfezioni, così come l'essere resistenti ai vaccini già approvati per il contrasto alla pandemia. Per tutte queste ragioni, avere a disposizione un kit rapido in grado di identificare rapidamente dai tamponi le diverse varianti rappresenta un preziosissimo aiuto nella lotta all'invisibile nemico.

Come sottolineato all'ANSA dal professor Francesco Broccolo, virologo presso l'Università di Milano Bicocca e direttore del laboratorio CERBA di Milano, esiste già un metodo classico per identificare le varianti del coronavirus, è il “sequenziamento genetico basato sul metodo Sanger”. Tuttavia si tratta di una procedura lenta e costosa, che richiede almeno un giorno intero e costa dai 100 ai 200 Euro. Il nuovo kit rapido costerebbe dalle 5 alle 10 volte in meno e impiegherebbe soltanto un paio di ore per identificare una potenziale variante. Il test si basa sull'amplificazione di “regioni parziali del gene con metodo PCR associato ad analisi melting”, specifica Broccolo. In parole semplici, questa procedura permette di analizzare potenziali mutazioni presenti sulla proteina S o Spike del coronavirus SARS-CoV-2, quella che il patogeno sfrutta per legarsi al recettore ACE-2 delle cellule umane, scardinare la parete cellulare, riversare l'RNA virale all'interno e dar vita al processo di replicazione, che è alla base dell'infezione chiamata COVID-19.

“Di fatto è una semplice PCR associata all'analisi della curva di melting, ossia alla fine del processo di amplificazione una curva permette di vedere le mutazioni che cadono nel frammento genetico della proteina Spike”, ha spiegato il professor Broccolo all'ANSA. Poiché i vaccini anti COVID si basano sul colpire proprio la proteina S o Spike, le mutazioni a livello di questa porzione del genoma virale potrebbero innescare resistenza o scarsa sensibilità agli anticorpi neutralizzanti, per questo è fondamentale studiare tutte le varianti pericolose in circolazione. Secondo il professor Massimo Zollo, docente di Genetica presso l'Università Federico II di Napoli e a capo della Task Force Covid19 del Ceinge-Biotecnologie avanzate di Napoli, sarebbe fondamentale per l'Italia dar vita a un vero e proprio pool di esperti dedicato al sequenziamento e all'analisi del genoma del coronavirus, proprio in virtù della rilevanza dei numerosi ceppi mutati che stanno emergendo.