Le misure messe in campo per spezzare la catena dei contagi del coronavirus SARS-CoV-2 hanno letteralmente cancellato l'influenza dall'emisfero australe (Sud) del pianeta. Basti sapere che in base ai dati diffusi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalle autorità di Canberra, in Australia nel 2019 sono stati registrati oltre 61mila casi ufficiali di influenza, mentre nel 2020, in piena pandemia di coronavirus, sono stati soltanto 107. Risultati analoghi sono stati osservati in altri Paesi quali il Sud Africa, l'Argentina, il Cile, la Nuova Zelanda e molti altri ancora. “Questa è praticamente una non stagione, non abbiamo mai visto numeri come questi prima d'ora”, ha dichiarato alla CNN il professor Ian Barr, docente di Microbiologia e Immunologia presso l'Università di Melbourne, commentando i dati virtuosi per la terra dei canguri.

Dietro questi risultati, come specificato dagli esperti, ci sarebbero le principali misure introdotte per limitare la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2, quali il distanziamento fisico, che in Italia prevede di mantenersi a un metro dagli altri; l'uso delle mascherine – di comunità o chirurgiche – laddove richiesto; e il curare costantemente l'igiene delle mani, con acqua e sapone per 40-60 secondi o con un gel idroalcolico per 20-30 secondi. Oltre a queste regole, divenute praticamente uno standard nella stragrande maggioranza dei Paesi, secondo il direttore dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) americani Robert Redfield, ad aiutare a contrastare l'influenza c'è stata anche una maggiore adesione al vaccino antinfluenzale, consigliatissimo dagli esperti anche per favorire la cosiddetta analisi differenziale. Influenza e COVID-19 sono infatti entrambe infezioni provocate da virus respiratori, e di base hanno in comune molti sintomi in comune, come febbre, tosse, dolori muscolari e altro ancora. Escludere l'una o l'altra malattia in fase di triage può avere un impatto estremamente significativo sull'efficienza del sistema sanitario, ricordando fra l'altro che l'influenza è una patologia assolutamente da non sottovalutare, soprattutto per i soggetti a rischio, dato che provoca migliaia di morti ogni anno anche in Italia.

Nell'emisfero sud la stagione influenzale normalmente va dal mese di aprile a quello di settembre, ma quest'anno si è verificata proprio nel cuore della pandemia di coronavirus, passando praticamente sottotraccia. “Dove ti aspetteresti di avere stagioni influenzali – come in Cile e in Argentina – non abbiamo davvero visto una stagione quest'anno”, ha dichiarato il dottor Andrea Vicari, consulente per le malattie a tendenza epidemica per l'Organizzazione Panamericana della Sanità. Lo scienziato, più cauto, ha aggiunto che un ruolo potrebbero averlo avuto proprio le misure di distanziamento e la spinta a vaccinarsi contro l'influenza per un numero maggiore di persone. Ora la speranza è che un simile risultato possa verificarsi anche nell'emisfero nord, dove la stagione influenzale è ai nastri di partenza, così come l'importante campagna di vaccinazione contro di essa, che nel 2020 partirà in anticipo rispetto agli anni precedenti.