I dati della pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 in Francia continuano a preoccupare seriamente gli esperti, tanto da aver spinto il presidente del Consiglio scientifico Jean-François Delfraissy ad affermare che entro 8-10 giorni il governo transalpino sarà costretto a prendere “decisioni difficili”. I numeri diffusi dalla Direzione generale della Sanità, del resto, parlano chiarissimo: si registrano circa 8mila nuovi casi di positività al giorno (+ 30 percento) e un'impennata dei ricoveri (+15 percento), con un sostanziale incremento dei pazienti che finiscono in terapia intensiva, tra i 70 e gli 80 ogni 24 ore. La progressione del virus sul territorio transalpino di fatto è esponenziale, con 50 positivi ogni 100mila abitanti; sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, alla data del 10 settembre sono stati conteggiati oltre 383mila contagiati e 30.800 decessi (in Italia, rispettivamente, sono 281.583 e 35.577). Al momento nel nostro Paese il numero di nuovi casi, decessi e ricoveri quotidiani è sensibilmente inferiore a quello francese, ma per sapere se stiamo rischiando di sperimentare un'evoluzione simile abbiamo contattato il professor Pier Luigi Lopalco, epidemiologo, ordinario di Igiene e Medicina Preventiva presso l'Università di Pisa e coordinatore scientifico della task force della Regione Puglia per l'emergenza COVID-19 (l'infezione provocata dal patogeno emerso in Cina). Ecco cosa ci ha detto.

Professor Lopalco, i dati francesi sono molto poco rassicuranti. Dobbiamo aspettarci un'evoluzione del genere anche in Italia? C'è un parallelismo tra le curve epidemiologiche?

Il ragionamento da fare è questo: le dinamiche di diffusione del virus sono fondamentalmente uguali in tutte le popolazioni. Soprattutto per due popolazioni con strutture sociali e abitudini sociali molto simili come quelle dell'Italia e della Francia. Osservare la Francia è un esercizio importantissimo, perché non facciamo altro che vedere quello che potrebbe succedere in Italia se ci comportiamo come si comporta la Francia. Se noi facciamo la stessa cosa che stanno facendo in Francia, siccome in Francia la progressione e la diffusione del virus è partita qualche settimana in anticipo rispetto a noi, da noi succederà la stessa cosa. Perché appunto la struttura di popolazione è praticamente la stessa. Attenzione però, dobbiamo mettere il se, sottolineare il “se facciamo la stessa cosa”.

Quindi qual è la differenza? Cosa dobbiamo imparare dalla situazione francese?

La differenza sta nel fatto che la progressione di un virus non è qualcosa di inevitabile. Quello che noi stiamo osservando in Francia deve essere un monito, per dire, “guardate che se non facciamo nulla, o se facciamo pochino, avremo necessariamente quel tipo di progressione”. Io credo che tutto sommato in Francia come interventi stiano facendo pochino. In generale in Francia le misure sono state meno stringenti di quelle italiane.

Dunque rischiamo anche noi di avere ogni giorno 70/80 ricoveri in terapia intensiva, il 15 percento in più degli ospedalizzati e ottomila positivi

È naturale, quella è dinamica naturale della progressione dell'epidemia. È la famosa seconda ondata. Se non si fa nulla, la seconda ondata è inevitabile.

E cosa possiamo fare per evitare la stessa sorte?

In questo momento abbiamo gli strumenti per cercare di frenare questa corsa del virus. Perché siamo in una fase in cui è ancora gestibile. Quindi io credo che il messaggio principale che viene dall'osservazione di quanto sta succedendo in Francia è questo: diamoci da fare col contact tracing e il blocco dei focolai.

Alla luce dei suddetti dati, cosa ne pensa della riduzione della quarantena da 14 a 7 giorni che si è deciso di attuare proprio in Francia?

Guardi, questo ragionamento lo stiamo portando avanti anche noi nella task force pugliese. Ridurre la quarantena può avere un senso, però attenzione, la quarantena si interrompe con un tampone negativo, non senza tampone. Questa misura della riduzione a sette giorni l'abbiamo già fatta, per esempio per gli operatori sanitari. Quando c'era un operatore sanitario che doveva rientrare in servizio – altrimenti si bloccava l'assistenza -, se era asintomatico noi dopo sette giorni facevamo il tampone, e se il tampone risultava negativo si faceva rientrare in servizio. Quindi è una procedura che è stata portata avanti anche in Italia in diverse Regioni. Accorciare tout court la quarantena e mandare in giro persone asintomatiche dopo sette giorni in una fase di forte circolazione del virus, oggettivamente, potrebbe essere un rischio. Con il tampone si abbatte di molto la probabilità. Dopo sette giorni se uno ha l'infezione la probabilità che il tampone sia positivo è alta.

La storia del virus indebolito non sta in piedi, considerando i dati che arrivano dal mondo

Era una stupidaggine. Credo che ormai anche i non esperti lo abbiano capito.

Quindi la mutazione D614G di cui si è parlato molto non ha avuto l'impatto sperato

No, c'è stata da sempre quella mutazione

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