È sufficiente una leggera brezza per far viaggiare fino a 6 metri le goccioline espulse dalla bocca con deboli colpi di tosse, pertanto in assenza di mascherine in grado di arrestare – almeno in parte – droplet e aerosol il distanziamento sociale di uno o due metri potrebbe non essere sufficiente a proteggerci da un potenziale contagio del coronavirus SARS-CoV-2. Com'è noto, infatti, il principale metodo di trasmissione del patogeno emerso in Cina è attraverso le goccioline contaminate che vengono espulse quando tossiamo, starnutiamo o semplicemente parliamo.

A determinare che una distanza di uno o due metri potrebbe non proteggerci dalla COVID-19 – l'infezione causata dal coronavirus – sono stati i due scienziati Talib Dbouk e Dimitris Drikakis dell'Università di Nicosia, Cipro. I ricercatori sono giunti alla loro conclusione dopo aver messo a punto uno strumento in grado di replicare i colpi di tosse di una persona, e aver calcolato traiettorie e dinamiche delle goccioline espulse attraverso un complesso modello di fluidodinamica tridimensionale, che teneva in considerazione molteplici fattori.

Come hanno scritto Dbouk e Drikakis, infatti, i meccanismi della trasmissione aerea dei virus non è ancora pienamente compresa, anche perché vengono influenzati da una moltitudine di parametri: dall'umidità relativa alla temperatura (che è in grado di far evaporare le goccioline), passando per le forze di dispersione turbolenta, il cambiamento di fase dei droplet, l'interazione tra le singole goccioline e altro ancora. Tutti questi fattori concorrono non solo a determinare la "strada" che possono percorrere le goccioline potenzialmente contaminate, ma anche la loro permanenza nell'ambiente e dunque l'efficacia di contagiare qualcuno nel tempo.

Attraverso vari test, i due scienziati ciprioti hanno dimostrato che a 20° C di temperatura e con un umidità relativa del 50 percento, quando il vento era prossimo allo zero le goccioline espulse non superavano i due metri di distanza (come specificato a fanpage dal virologo Fabrizio Pregliasco la maggior parte di esse cade entro un metro). Tuttavia, quando il vento era compreso tra i 4 e i 15 chilometri orari, ovvero dalla cosiddetta bava di vento alla vera e propria brezza, le goccioline potevano viaggiare fino a 6 metri in una manciata di secondi, manifestando al contempo una riduzione nella concentrazione e nelle dimensioni. Questo dettaglio è significativo perché, come spiegato da molti virologi, non è sufficiente essere esposti a piccole quantità di virus per infettarsi (che verrebbero distrutte agevolmente dal sistema immunitario), ma a una carica virale sufficiente ed efficace, in grado di superare le nostre difese e avviare la replicazione nelle cellule.

I risultati dello studio cipriota, pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Physics of Fluids, suggeriscono dunque che potremmo non essere protetti rispettando le raccomandazioni sul distanziamento sociale. Come specificato dal direttore scientifico della Società Italiana Malattie Infettive (SIMIT) Massimo Andreoni, del resto, bisogna evitare i ventilatori proprio perché sono in grado di aumentare la distanza percorsa dal coronavirus una volta espulso dal nostro organismo. Per la stessa ragione le alette dei condizionatori devono rivolgere il flusso d'aria sempre verso il soffitto e non contro le persone, inoltre è raccomandata la disattivazione della funzione di ricircolo dell'aria.