Il vaccino a dose singola contro Covid-19 di Johnson & Johnson induce una robusta risposta immunitaria contro le varianti virali di maggiore preoccupazione. Lo indicano i risultati di un nuovo studio condotto dagli sviluppatori del siero monodose che hanno esaminato nel dettaglio il livello di anticorpi e cellule T in un gruppo di volontari vaccinati nell’ambito dello studio clinico di fase 1-2 COV1001.

L’analisi, pubblicata su Nature, amplia dunque le informazioni relative all’immunogenicità (la capacità del vaccino di indurre una risposta immunitaria) che ad oggi erano disponibili solo nei confronti del ceppo originario del virus (WA1/2020), estendendo la valutazione contro la variante Alpha (B.1.1.7, ex inglese), la Beta (B.1.351, ex sudafricana), la Gamma (P.1, ex brasiliana) e la Epsilon (CAL.20C, ex californiana).

J&J protegge dalle varianti più pericolose

Nello specifico, l’esame ha mostrato alcune differenze in termini di risposte anticorpali rispetto a quelle dirette contro il ceppo WA1/2020, in particolare alcune riduzioni degli anticorpi neutralizzanti contro i ceppi B.1.1351 e P.1 (rispettivamente inferiori di 5 e 3,3 volte nel confronto con il titolo anticorpale neutralizzante diretto contro il ceppo originario). Tuttavia, le risposte anticorpali non neutralizzanti e le risposte delle cellule T sono risultate comparabili tra WA1/2020 e le varianti B.1.1.7, B.1.351, P.1 e CAL.20C.

Data l'efficacia protettiva del vaccino, come dimostrato negli studi clinici di fase 3, gli anticorpi non neutralizzanti e/o le risposte delle cellule T possono contribuire alla protezione contro COVID-19” hanno evidenziato i ricercatori in una nota, in riferimento ai dati di efficacia già pubblicati e che hanno mostrato una forte protezione dalla forme sintomatiche di Covid-19 nei trial condotti in Sudafrica e Brasile, dove la maggior parte dei casi di Covid-19 sequenziati era causata dalle varianti virali. Nel complesso, osservano gli studiosi, questi nuovi risultati “contribuiscono alla nostra comprensione della protezione data dal vaccino contro le varianti più preoccupanti di Sars-Cov-2 ”.

Sebbene non sia ancora stato determinato il correlato di protezione (ovvero il livello di anticorpi e cellule T sopra il quale si è protetti e al di sotto di cui si è invece suscettibili all’attacco del patogeno) i dati forniscono nuove informazioni sul ruolo delle cellule immunitarie nella protezione dalla malattia, rendendo note importanti implicazioni nella prevenzione di Covid-19 nelle regioni dove circolano le varianti di preoccupazione. “La solida efficacia protettiva del vaccino osservata negli studi in Sudafrica e Brasile – ha commentato l’immunologo Dan Brarouch, direttore del Centro per la virologia e la ricerca sui vaccini del Beth Israel Deaconess Medical Center – aumenta la possibilità che anche gli anticorpi non neutralizzanti e/o le risposte delle cellule T possano contribuire alla protezione. In alternativa, è possibile che bassi livelli di anticorpi neutralizzanti siano sufficienti per la protezione”.