Quanto dura la protezione conferita dai vaccini anti-Covid? E con quale tipo di siero andrà fatta la terza dose (la seconda nel caso dei vaccini monodose)? Con l’avanzare della campagna di immunizzazione, sono in tanti a chiedersi se e quando servirà un richiamo ma, per adesso, non sappiamo esattamente quando sarà necessario, così come non è chiaro con quale tipo di preparato andrà effettuato. Negli Stati Uniti, dove si avvicina l’obiettivo del 70% della popolazione vaccinata, sono state recentemente avviate nuove sperimentazioni cliniche per esaminare se un’ulteriore dose prolungherà la protezione. Analogamente, anche nel Regno Unito, sono allo studio diverse opzioni di richiamo a seconda della formulazione inizialmente utilizzata per il primo ciclo vaccinale.

Quando avremo bisogno di un richiamo anti-Covid?

In attesa dei dati, l’ipotesi prevalente è che – analogamente a quanto accade con la stragrande maggioranza dei vaccini – la protezione conferita dal primo ciclo vaccinale anti-Covid durerà almeno un anno. Gli studi di fase 3 che hanno portato all’approvazione da parte delle principali Agenzie regolatorie ci dicono che le persone vaccinate 8-9 mesi fa sono ancora protette e, anche nei Paesi dove le campagne di vaccinazione sono partite a dicembre, la protezione conferita dal primo ciclo vaccinale è ancora valido.

Perché potrebbe essere necessario il richiamo?

L’incertezza del richiamo è dovuta al fatto che Sars-Cov-2 è un virus relativamente nuovo e non conosciamo ancora il correlato di protezione determinato dalla vaccinazione (o da una precedente infezione), ovvero la misura della risposta immunitaria (anticorpi e linfociti T) sopra la quale siamo protetti e al di sotto di cui siamo invece suscettibili all’attacco del patogeno. Nei confronti di alcuni microrganismi, in particolare, le nostre difese immunitarie diminuiscono nel tempo e, oltre a questo declino naturale, bisogna considerare che lo stesso virus può mutare e quindi determinare la necessità di un nuovo richiamo. Un classico esempio di evoluzione virale è dato dai virus dell’influenza che sono così mutevoli da richiedere un nuovo vaccino ogni anno.

Per ora, riguardo a Sars-Cov-2, sappiamo che la risposta immunitaria nei confronti di patogeno decresce nel tempo, ma gradualmente, per cui è possibile che, in previsione di questo lento declino, la protezione rimarrà comunque robusta per diverso tempo. Potrebbe anche verificarsi l’ipotesi per cui una risposta immunitaria diminuita possa ancora proteggere dall’infezione, così come andrà valutato se i diversi vaccini hanno un’efficacia differente nel tempo.

I sieri a mRNA (come quelli di Moderna e Pfizer), che non erano mai stati utilizzati in precedenza, potrebbero conferire una protezione più duratura rispetto a quelli basati su virus inattivati (come quelli prodotti da Sinopharm in Cina e Bharat Biotech in India), per i quali negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain sono già disponibili dosi di richiamo per chi ha ricevuto il vaccino Sinopharm. D’altra parte, i vaccini a vettore virale, come quelli di Astrazeneca e Johnson&Jonhnson, non erano mai stati usati in modo estensivo per immunizzare intere popolazioni, per cui non sappiamo ancora se questa tipologia di sieri fornirà una memoria immunitaria più duratura rispetto ad altre formulazioni.

Con quale tipo di vaccino sarà fatta la terza dose?

Come detto, parte dell’incertezza sulla durata della protezione risiede nel fatto che il coronavirus Sars-Cov-2 potrebbe evolvere in varianti in grado di eludere la protezione conferita dagli attuali vaccini. Non è quindi ancora chiaro se servirà una formulazione “aggiornata” o se basterà una dose degli attuali vaccini a rafforzare la risposta immunitaria e a difenderci anche dalle varianti.

In generale, i richiami vaccinali possono essere di tipo omologo (cioè contro lo stesso microrganismo – come quella contro il tetano che si fa ogni dieci anni) oppure di tipo eterologo, come nel caso dei vaccini contro l’influenza. In tal senso, Moderna ha già avviato uno studio clinico per confrontare la protezione conferita sia da un’ulteriore dose di richiamo del siero autorizzato, sia da una dose “aggiornata” e più specificatamente mirata contro la variante sudafricana. Nell’ambito della stessa sperimentazione, i ricercatori stanno anche testando un mix delle due formulazioni che, secondo i primi dati clinici, potrebbe dimostrarsi la strategia migliore.

Ad ogni modo, la necessità di un richiamo eterologo dipenderà non solo dall’emergere di nuove varianti, dalla potenziale capacità delle stesse di eludere la protezione degli attuali vaccini e da quale sarà il loro reale impatto in termini di diffusione. Con il tempo, scopriremo anche se ci saranno differenze riguardo l’efficacia nel tempo delle diverse formulazioni, dunque se alcune richiederanno un richiamo prima di altre, se sarà necessaria una campagna di richiamo per tutta la popolazione oppure se basterà coinvolgere, ad esempio, solo alcuni gruppi di età o le persone più fragili.