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Covid 19
8 Gennaio 2021
10:47

Il vaccino COVID di Pfizer protegge dalle varianti mutate del coronavirus? Lo indica nuova ricerca

Esponendo varianti mutate del coronavirus SARS-CoV-2 al siero estratto dal sangue di persone vaccinate, un team di ricerca della Pfizer e della University of Texas Medical Branch ha dimostrato che i loro anticorpi sono in grado di neutralizzarle. L’efficacia è stata testata sulla mutazione N501Y, presente sia sulla variante inglese che in quella sudafricana, ma non sulla E484K della seconda, tra le più preoccupanti. A breve verranno condotti ulteriori studi.
A cura di Andrea Centini
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Il vaccino anti COVID messo a punto dalla casa farmaceutica americana Pfizer in collaborazione con l'azienda di biotecnologie tedesca BioNTech potrebbe essere in grado di proteggere dalle varianti mutate del coronavirus SARS-CoV-2. Nello specifico, sarebbe efficace contro quelle che presentano la famigerata mutazione N501Y, presente sia nella variante inglese chiamata B.1.1.7 (o Variant of Concern 202012/01 – VOC-202012/01) che in quella sudafricana denominata 501.V2. Entrambe stanno preoccupando scienziati ed istituzioni di tutto il mondo poiché avrebbero reso il patogeno estremamente più trasmissivo (dal 50 al 70 percento in più, secondo le prime indagini), sebbene fortunatamente non più letale, perlomeno per quel che concerne quella diffusasi nel Regno Unito. Tra i rischi maggiori di simili mutazioni – che il virus genera naturalmente, replicazione dopo replicazione nella popolazione umana – vi sarebbe proprio quello di sviluppare una resistenza ai vaccini già approvati per l'uso di emergenza, con tutto ciò che comporterebbe nella lotta alla pandemia. Ora si è aperto uno spiraglio di luce, grazie alla potenziale protezione offerta dal vaccino anti COVID di Pfizer-BioNTech, chiamato BNT162b2 durante la sperimentazione e ora noto col nome di Tozinameran (Comirnaty è invece il nome commerciale).

A determinare la possibile efficacia della preparazione contro le varianti è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati della University of Texas Medical Branch, che hanno lavorato a stretto contatto con i ricercatori del colosso farmaceutico di New York. Gli scienziati, coordinati da Philip R. Dormitzer e Pei-Yong Shi, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver esposto una variante del coronavirus SARS-CoV-2 con mutazione N501Y (generata in laboratorio) al siero estratto dal sangue di 20 persone sottoposte al vaccino anti COVID di Pfizer. Gli anticorpi presenti nel siero sono riusciti a evitare l'infezione in cellule in coltura, pertanto si ritiene che il vaccino sia efficace anche contro le varianti circolanti che possiedono la medesima sostituzione (una modifica genetica/mutazione) in N501Y. Si tratta di una parte della proteina S o Spike del coronavirus, quella che il virus sfrutta per legarsi ed entrare nelle cellule umane, dando vita al processo di replicazione che è alla base dell'infezione. Non a caso i vaccini anti COVID si basano proprio sul colpire questa componente virale, ma se il virus muta, c'è il rischio che esso possa aggirare le “armi” messe a punto dal sistema immunitario. Non sembra essere il caso della mutazione N501Y, come avevano già anticipato a dicembre i ricercatori dell'ateneo texano.

“È stata una scoperta molto rassicurante che almeno questa mutazione, una di quelle per cui le persone sono più preoccupate, non sembra essere un problema per il vaccino”, ha dichiarato all'Associated Press il dottor Philip Dormitzer, direttore scientifico della Pfizer. L'indagine condotta dagli scienziati dell'università del Texas e della casa farmaceutica ha mostrato che il vaccino BNT162b2/Tozinameran sembra essere efficace contro 15 potenziali mutazioni della proteina S del virus, ciò nonostante non è stata testata la mutazione E484K, presente nella variante sudafricana e considerata ancor più “problematica” della N501Y per la sua posizione cruciale, che potrebbe inficiare l'azione dei vaccini già approvati. “La variante sudafricana porta una mutazione nella proteina Spike chiamata E484K che non è presente nella variante inglese. La mutazione E484K ha dimostrato di ridurre il riconoscimento degli anticorpi e, in quanto tale, aiuta il virus Sars-Cov-2 a bypassare la protezione immunitaria fornita da una precedente infezione o vaccinazione”, aveva dichiarato il professor Francois Balloux dell’University College di Londra. Inoltre questa variante presenta un'ulteriore mutazione – chiamata K417N – anch'essa potenzialmente in grado di eludere o attenuare l'immunità indotta dal vaccino. Gli scienziati di Pfizer e dell'università del Texas condurranno al più presto ulteriori test col siero dei vaccinati per sapere se la preparazione è in grado di garantire una risposta immunitaria efficace anche verso le altre mutazioni nel mirino.

Nonostante le varianti del SARS-CoV-2 possano rappresentare un serio problema, il dottor Anthony Fauci – massimo esperto di malattie infettive degli Stati Uniti, capo della task force anti COVID della Casa Bianca e direttore del NIAID che ha messo a punto un vaccino assieme a Moderna – ha recentemente dichiarato che i vaccini sono progettati per riconoscere diverse porzioni della proteina Spike, pertanto ritiene “improbabile che una singola mutazione possa essere sufficiente a bloccarli”. Saranno naturalmente necessari ulteriori studi di approfondimento per avere l'assoluta certezza che i vaccini attualmente disponibili siano effettivamente in grado di proteggere da tutte le varianti mutate in circolazione (l'immunità naturale dei guariti, secondo una recente ricerca italiana, potrebbe invece non garantire la medesima efficacia). Fortunatamente i nuovi vaccini a mRNA possono essere rapidamente modificati per rispondere a eventuali mutazioni del virus, nel caso in cui essi si dimostrassero inefficaci, ma andrà naturalmente valutato tutto l'iter necessario per metterli sul campo nel più breve tempo possibile. I dettagli della nuova ricerca di Pfizer “Neutralization of N501Y mutant SARS-CoV-2 by BNT162b2 vaccine-elicited sera” sono stati pubblicati sul database online BiorXiv, in attesa della revisione tra pari e la pubblicazione su una rivista scientifica.

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