Le macerie di Pescara del Tronto devastata dal sisma del 24 agosto (Foto LaPresse/Franco Guardascione)
in foto: Le macerie di Pescara del Tronto devastata dal sisma del 24 agosto (Foto LaPresse/Franco Guardascione)

Se la prevedibilità dei terremoti resta qualcosa di impossibile, la conoscenza dettagliata delle deformazioni del suolo e delle caratteristiche di una singola faglia può certamente aiutare a comprendere il livello di pericolosità sismica di una zona. In questo il contributo del GPS può essere fondamentale.

I dati del Global Positioning System

Il terremoto che ha colpito la zona dell'Appennino compresa tra Norcia e Amatrice lo scorso 24 agosto ha causato una deformazione permanente della crosta terrestre, deformazione misurata oltre che dai satelliti, grazie alle tecniche radar, anche dalle stazioni GPS collocate a terra in un'ampia regione dell'Italia centrale. Tali stazioni appartengono alla Rete Integrata Nazionale GPS dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e al Dipartimento della Protezione Civile. I dati sulla loro posizione vengono acquisiti continuamente dalle stazioni permanenti e non (queste ultime appartenenti a diversi enti come le Regioni Abruzzo, Lazio ed Umbria o all'Agenzia Spaziale Italiana) e inviati sotto forma di segnali radio alla costellazione di satelliti USA in orbita attorno alla Terra 24 ore al giorno da oltre vent'anni che costituiscono il Global Positioning System.

L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha analizzato i dati raccolti grazie a diversi software, osservando gli spostamenti registrati in ciascuna stazione e combinandoli per fornire un risultato finale. La differenza tra le posizioni giornaliere delle stazioni nei giorni precedenti e successivi al terremoto, compresa la stazione di Amatrice che è quella più vicina all'epicentro della scossa del 24 agosto, ha consentito di ottenere gli spostamenti massimi registrati nelle singole stazioni con un errore massimo di pochi millimetri.

Costruire una mappa delle deformazioni del suolo

Analisi preliminari basate sulle stazioni GPS attive al momento del terremoto hanno mostrato, quindi, che questo è stato generato da una faglia di oltre 18 chilometri, inclinata di circa 50 gradi, che corre con direzione nord-nord ovest verso sud-sud est, immergendosi verso ovest al di sotto dell'Appennino. Proprio il movimento di questa faglia ha determinato un'estensione della catena appenninica di circa 3/4 centimetri, tra il Tirreno e l'Adriatico.

Nel rendere noti questi dati, gli esperti dell'INGV hanno spiegato che tali osservazioni, unite a quelle relative agli ultimi terremoti più forti della zona (Umbria-Marche nel 1997, Molise nel 2002 e L’Aquila nel 2009), consentiranno di comprendere meglio l'evoluzione delle deformazioni del suolo misurabili in superficie nello spazio e nel tempo: se è noto da tempo, infatti, che la crosta terrestre in Italia sia condizionata dall'azione delle placche continentali africana ed eurasiatica, sarebbe molto importante individuare posizione ed entità dei movimenti legati ad una singola faglia di pochi chilometri, al fine di migliorare le conoscenze sulla pericolosità sismica dell'Appennino.