Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva dell'Università Johns Hopkins, la pandemia di COVID-19 – l'infezione causata dal coronavirus SARS-CoV-2 – ha contagiato nel mondo oltre 55 milioni di persone e ne ha uccise più di 1,3 milioni (in Italia si registrano 1,2 milioni di contagi complessivi e 45.733 decessi). Numeri drammatici che avrebbero potuto essere significativamente peggiori se non si fossero introdotte le restrizioni per spezzare la catena dei contagi, dalle misure di base come mascherine e distanziamento sociale a quelle più severe come il lockdown. Come è ormai stato dimostrato da numerosi studi, anche le restrizioni hanno un impatto sensibile sulla nostra salute, in particolar modo per quella mentale, soprattutto nei bambini e nelle persone più fragili. A rischiare molto vi sono anche gli anziani, che a causa dell'isolamento sociale hanno un rischio superiore di peggiorare il declino cognitivo e sviluppare la demenza.

A determinare l'associazione tra restrizioni anti COVID e rischio di demenza è stato un team di ricerca italiano guidato da scienziati dell'IRCCS Fondazione Santa Lucia – Istituto Scientifico di Ricerca, Ospedalizzazione e Sanità di Roma, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Medicina dei Sistemi dell'Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Gli scienziati, coordinati dalla psicologa Simona Gabriella di Santo, ricercatrice presso il Laboratorio-Servizio di Epidemiologia e Ricerca Clinica (LASERC) del centro laziale, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto una serie di interviste telefoniche a 126 persone con più di 60 anni e con forme di declino cognitivo, durante le quali sono stati valutati cambiamenti nello stile di vita, ansia, apatia, depressione e altri indicatori del benessere fisico e mentale a causa del lockdown.

Dall'analisi dei dati è emerso che più del 30 percento degli intervistati ha ridotto la propria attività fisica e circa il 70 percento ha indicato un aumento significativo del tempo dedicato alla sedentarietà. È crollata di un terzo l'aderenza alla dieta mediterranea, considerata un vero toccasana per la salute, e il 35 percento ha dichiarato di essere aumentato di peso per via del cibo malsano. A causa della drastica riduzione dei contatti sociali hanno subito un crollo anche tutte le attività che aiutano a stimolare e a mantenere allenata la mente, e di concerto sono aumentati depressione (19,8 percento), ansia (9,5 percento) e apatia (9,5 percento). Per chi viveva da solo e non aveva buoni rapporti con i conviventi c'era un rischio ancora maggiore di depressione. Circa il 20 percento ha smesso di praticare giardinaggio, bricolage e altre attività simili, mentre sono aumentate in modo significativo le ore di sedentarietà davanti alla TV, alla radio o al computer. Il “fiume di notizie” su coronavirus, inoltre, ha avuto un ulteriore impatto sul benessere mentale dei partecipanti. Tutti i risultati suggeriscono un peggioramento generale delle condizioni psicofisiche che alimentano il rischio di demenza.

“I nostri dati indicano che la quarantena ha implicato cambiamenti negli stili di vita potenzialmente dannosi per la salute cognitiva e mentale, con possibili effetti a lungo termine”, ha dichiarato la dottoressa di Santo. I dettagli della ricerca “The Effects of COVID-19 and Quarantine Measures on the Lifestyles and Mental Health of People Over 60 at Increased Risk of Dementia” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Frotniers in Psychiatry.