Le persone con gruppo sanguigno A hanno un rischio maggiore di sperimentare sintomi più gravi della COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2. Al contempo, il gruppo sanguigno 0 sembra offrire un certo grado di protezione dalle complicanze scaturite dal patogeno. Il gruppo sanguigno potrebbe giocare dunque un ruolo nella notevole diversità con cui si manifesta la patologia, che spazia dai casi asintomatici (ben il 79 percento tra i giovani, secondo uno studio della London School of Hygiene & Tropical Medicine) a condizioni talmente gravi da portare alla morte del paziente. Alla data odierna, venerdì 19 giugno, il SARS-CoV-2 ha infettato quasi 8,5 milioni di persone in tutto il mondo e ne ha uccise 454mila (in Italia si registrano circa 238mila contagi e e 34.514 decessi).

A scoprire che il gruppo sanguigno può impattare sull'evoluzione della COVID-19 è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Istituto di Biologia Clinica Molecolare presso l'Università Christian-Albrechts, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dello University Hospital Schleswig-Holstein, del German Research Center for Cardiovascular Research, dell'Università di Copenaghen, dell'Università di Alcalà e di numerosi altri istituti, tra i quali diversi italiani coordinati dal Politecnico di Milano. Sono stati ben 27 gli specialisti dell'istituto lombardo coinvolti nel progetto, ma hanno partecipato anche ricercatori dell'Istituto Humanitas e dell'Ospedale San Gerardo di Monza, tutti in prima linea nella lotta al coronavirus durante la fase più critica dell'emergenza.

Gli scienziati sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un'approfondita analisi genomica su campioni biologici prelevati da pazienti con la manifestazione grave della COVID-19, in particolar modo insufficienza respiratoria, tra le principali complicazioni dell'infezione. Sono stati coinvolti nell'analisi finale 835 pazienti ricoverati in Italia e 775 in Spagna, i cui dati sono stati messi messi a confronto con quelli di 2.200 soggetti del gruppo di controllo (1255 italiani e 950 spagnoli). In totale i ricercatori hanno scandagliato ben 8,5 milioni di polimorfismi a singolo nucleotide, per andare a caccia delle differenze genetiche significative. Dall'analisi dei, come indicato, è emerso che il gruppo sanguigno A è risultato essere associato a una probabilità maggiore di sviluppare sintomi gravi, mentre il gruppo sanguigno 0 ha offerto un certo grado di protezione.

“Con la nostra ricerca abbiamo stabilito che il gruppo sanguigno è uno dei principali fattori ereditari che predispongono a sviluppare una malattia più grave per la COVID-19”, ha dichiarato il professor Luca Valenti, medico del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano e coordinatore del gruppo di scienziati italiani coinvolti nell'indagine. “In particolare – ha aggiunto lo specialista – i risultati ci dicono che il gruppo sanguigno A ha un rischio aumentato di compromissione polmonare severa, mentre chi appartiene al gruppo 0 è più protetto. E dato che il gruppo sanguigno è ereditario, è possibile concludere che è ereditaria anche la predisposizione ai sintomi più gravi per questa malattia”.

Il ruolo del gruppo sanguigno nel decorso della COVID-19 era già emerso da due precedenti indagini; la prima è stata condotta da scienziati dell'Università Meridionale della Scienza e della Tecnologia di Shenzhen e pubblicata sul database online MedRxiv, la seconda dal colosso biotecnologico americano “23&Me”, che ha analizzato il profilo genetico di ben 750mila persone. A differenza dello studio cinese, quello italiano risulta più approfondito poiché sono stati analizzati tutti i marcatori dell'intero genoma, come specificato dal coautore dello studio Daniele Prati, a capo del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano.

Gli scienziati ancora non conoscono esattamente i meccanismi che legano il gruppo sanguigno a un rischio maggiore o minore per le complicanze della COVID-19, ma è noto che questi fattori possono giocare un ruolo nell'evoluzione delle malattie. Indagini più approfondite proveranno a far luce sulla scoperta, che potrebbe sfociare nello sviluppo di "armi" più efficaci e misure preventive per contrastare la pandemia di coronavirus. Sembra essere coinvolta anche una regione del cromosoma 3 nel decorso della malattia, ma studi sono ancora in corso per definirne il ruolo. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine.