Il tasso di mortalità del coronavirus SARS-CoV-2 sarebbe più elevato negli uomini a causa delle maggiori concentrazioni di un enzima, che svolge un ruolo chiave nel processo infettivo del patogeno. Sulla base delle indagini cliniche ed epidemiologiche condotte sin dall'esordio della pandemia, è emerso infatti che il paziente “tipo” della COVID-19 esposto ai rischi maggiori è di sesso maschile, in età avanzata e con comorbilità, in particolar modo diabete, ipertensione e altre condizioni cardiovascolari. Sin da quando il coronavirus ha iniziato a diffondersi i medici si sono domandati perché gli uomini risultano più suscettibili delle donne, arrivando a formulare diverse ipotesi: dalla maggiore predisposizione alle comorbilità in grado di peggiorare la prognosi a condizioni ormonali, passando per il vizio del fumo (più diffuso tra i maschi) e la tendenza di lavarsi meno le mani. Ora, grazie a una nuova indagine, potrebbe essere stata fatta finalmente luce su questa differenza sostanziale.

Come indicato, negli uomini sono state rilevate concentrazioni più elevate di un enzima, nello specifico l'enzima 2 di conversione dell'angiotensina, meglio conosciuto con l'acronimo ACE2 (Angiotensin-converting enzyme 2). Questo enzima è un recettore funzionale per i coronavirus, e gioca un ruolo fondamentale anche nell'infezione scatenata dal SARS-CoV-2 (la COVID-19). Il patogeno emerso in Cina sfrutta infatti la proteina S o Spike che costella il suo guscio esterno (il pericapside o peplos) per legarsi proprio al recettore ACE2 presente sulle cellule umane. Durante questo processo, che vedrebbe coinvolta anche la Furina e una proteasi serinica della superficie cellulare umana chiamata TMPRSS2, il coronavirus scardina la parete cellulare e si riversa all'interno, dando inizio al processo di replicazione virale che determina l'infezione (COVID-19). Poiché nell'uomo sono stati rilevati livelli superiori dell'enzima ACE2, gli scienziati credono che sia proprio questo dettaglio a determinare maggiori complicazioni nel sesso maschile.

A misure le concentrazioni di ACE2 in un campione di uomini e donne è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Centro medico dell'Università di Groningen, Paesi Bassi, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Università di Brescia, dell'Ospedale Militare di Breslavia (Polonia), dell'Università di Cipro e di altri istituti sparsi per il mondo. Gli scienziati, coordinati dal professore e cardiologo Adriaan A Voor, hanno coinvolto nell'indagine 1485 uomini e 537 donne con insufficienza cardiaca, rispettivamente con un'età media di 69 e 75 anni. Dalle analisi è emerso che gli uomini avevano concentrazioni plasmatiche di ACE2 sensibilmente superiori rispetto alle donne. L'ACE2 si trova in elevate concentrazioni anche nei polmoni, nel cuore, nell'intestino, nei reni, nei tessuti che rivestono i vasi sanguigni e nei testicoli; sono tutti indizi che possono dare una spiegazione sia alla maggiore suscettibilità maschile al coronavirus, sia alle complicazioni osservate in questi organi. A Voor e colleghi hanno anche scoperto che i pazienti che assumono farmaci ACE inibitori (non ACE2) e altri medicinali per problemi cardiaci non sperimentano livelli di ACE2 più elevati degli altri, dunque possono continuare a prenderli in tranquillità. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica European Heart Journal.