Il coronavirus SARS-CoV-2 può essere rilevato negli occhi della maggior parte dei pazienti contagiati, inoltre, in alcuni casi, la positività delle superfici oculari può sussistere anche in presenza di un tampone rinofaringeo negativo. Sono i risultati principali di una nuova ricerca condotta in Nord Italia, guidata da scienziati dell'Unità di Oftalmologia dell'Azienda Socio-Sanitaria Territoriale (ASST) dei Sette Laghi e di vari dipartimenti dell'Università dell'Insubria di Varese. I ricercatori, coordinati dal professor Claudio Azzolini, docente presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell'ateneo lombardo, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un'analisi qualitativa e quantitativa sulla presenza del coronavirus negli occhi di pazienti ricoverati in terapia intensiva per COVID-19 durante la prima ondata della pandemia. Nello specifico, sono stati coinvolti 91 pazienti ospedalizzati presso l'ASST Ospedale Sette-Laghi tra il 9 aprile e il 5 maggio dello scorso, più altri 17 volontari sani come gruppo di controllo (per testare la validità dei tamponi). I partecipanti erano in leggera maggioranza donne (55) e avevano un'età media di 58,7 anni.

Il professor Azzolini e i colleghi hanno sottoposto tutti i partecipanti a tamponi congiuntivali, oltre che a tamponi rinofaringei e radiografie. Attraverso un esame di laboratorio chiamato reazione a catena della polimerasi-trascrizione inversa in tempo reale (rRT-PCR) sono andati a “caccia” dell'RNA virale nei campioni biologici prelevati dagli occhi. Ben 52 pazienti su 91 sono risultati positivi al tampone congiuntivale, ovvero il 57,1 percento del totale. Uno degli aspetti più significativi della ricerca risiede nel fatto che in un sottogruppo di 41 pazienti è stata trovata una concordanza del 63 percento tra i risultati positivi del test congiuntivale e del tampone rinofaringeo, quando eseguiti a due giorni l'uno dall'altro. In 17 di questi pazienti il tampone rinofaringeo è risultato negativo, tuttavia in dieci di essi risultava positivo quello congiuntivale. In parole semplici, si può risultare positivi al tampone congiuntivale e negativi a quello "classico".

Secondo gli scienziati il coronavirus sarebbe in grado di diffondersi dagli occhi al resto dell'organismo determinando l'infezione, ed è per questo motivo che medici, infermieri e altri operatori sanitari che entrano in contatto con i positivi debbono indossare anche la visiera, gli occhialini o altre protezioni per gli occhi. “Si ipotizza che il virus possa diffondersi nel liquido lacrimale delle ghiandole lacrimali a causa della viremia sistemica, come è stato dimostrato per l'Hiv”, scrivono gli autori dello studio, inoltre “può diffondersi nel corpo attraverso il dotto nasolacrimale. "Questo contagio avviene nonostante l'uso di mascherine", aggiungono gli studiosi, citando l'esempio dell'oftalmologo di Wuhan Li Wenliang, il giovane medico morto di COVID-19 che venne messo a tacere dalla polizia cinese, quando iniziò a diffondere notizie sulla presenza del virus.

Gli esperti considerano la trasmissione attraverso le goccioline respiratorie grandi (droplet) e piccole (aerosol) quella principale, ma è comunque possibile contagiarsi anche attraverso altri metodi: i fluidi congiuntivali e le lacrime potrebbero essere uno di essi, sebbene gli autori del nuovo studio non abbiano potuto determinare l'infettività dei campioni analizzati. Secondo la recente ricerca “Ocular manifestations and viral shedding in tears of pediatric patients with coronavirus disease 2019: a preliminary report” condotta da scienziati dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma il rischio di trasmissione dalle lacrime sarebbe comunque basso.  Poiché i pazienti possono risultare positivi al tampone congiuntivale e negativi a quello tradizionale, il professor Azzolini e colleghi indicano che il primo – definito “leggermente invasivo” – può essere considerato un test diagnostico supplementare. I dettagli della ricerca “SARS-CoV-2 on Ocular Surfaces in a Cohort of Patients With COVID-19 From the Lombardy Region, Italy” sono stati pubblicati sull'autorevole scientifica specializzata JAMA Ophthalmology.