Covid 19
10 Novembre 2020
13:41

Il coronavirus può sviluppare una resistenza ai vaccini?

I due scienziati americani David A. Kennedy ed Andrew F. Read del Dipartimento di Biologia presso l’Università Statale della Pennsylvania hanno affermato che il coronavirus SARS-CoV-2 può sviluppare resistenza ai vaccini, esattamente come i batteri possono farlo con gli antibiotici, pertanto hanno messo a punto una serie di raccomandazioni al fine di monitorare e contrastare questo potenziale rischio.
A cura di Andrea Centini
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Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base del documento “Draft landscape of COVID-19 candidate vaccines” dell'Organizzazione Mondiale della Sanità aggiornato a martedì 3 novembre, ci sono 202 vaccini candidati in sviluppo contro il coronavirus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia che ha sconvolto l'intero pianeta. La maggior parte di essi viene ancora testata su modelli animali e in provetta (sperimentazione preclinica), ma diverse decine sono già stati somministrati a volontari e in alcuni casi si è giunti alla Fase 3 dei trial clinici, la più avanzata in assoluto. Tra le preparazioni più promettenti c'è il vaccino candidato anti COVID “BNT162” sviluppato dalla casa farmaceutica Pfizer e dall’azienda di biotecnologie tedesca BioNTech, che avrebbe un'efficacia del 90 percento, stando all'annuncio del colosso statunitense. La ricerca proceda dunque spedita verso una possibile soluzione alla pandemia di COVID-19, ma c'è il rischio da non sottovalutare che il coronavirus possa sviluppare una resistenza ai vaccini, in modo non dissimile dall'antibiotico resistenza che si manifesta nei batteri.

A lanciare l'allarme su questo rischio sono stati i due scienziati americani David A. Kennedy ed Andrew F. Read, entrambi del Center for Infectious Disease Dynamics presso il Dipartimento di Biologia dell'Università Statale della Pennsylvania. “Un vaccino contro la COVID-19 è necessario con urgenza per salvare vite umane e aiutare la società a tornare alla sua normalità pre-pandemica”, ha dichiarato il professor Kennedy, che insegna biologia presso l'ateneo della Pennsylvania. “Come abbiamo visto con altre malattie, come la polmonite, l'evoluzione della resistenza può rendere rapidamente inefficaci i vaccini. Imparando da queste sfide precedenti e implementando questa conoscenza durante la progettazione del vaccino, potremmo essere in grado di massimizzare l'impatto a lungo termine dei vaccini contro la COVID-19”, ha aggiunto lo studioso.

Ma come sfruttare la conoscenza pregressa per migliorare l'efficacia dei vaccini, monitorare il virus e limitare il rischio di resistenza? Kennedy e il collega sottolineano innanzitutto che è possibile utilizzare i campioni biologici (sangue, muco, saliva etc etc) prelevati dai pazienti attraverso tamponi rino-faringei e altri esami per valutare se i vaccini candidati stiano determinando resistenza nel virus. “Il team propone che i campioni di sangue possano essere utilizzati per valutare la ridondanza della protezione immunitaria generata dai vaccini candidati misurando i tipi e le quantità di anticorpi e di cellule T presenti”, si legge in un comunicato stampa dell'ateneo statunitense. La concentrazione di virus rilevata nei tamponi (titolo virale) può invece essere sfruttata come indicatore per il rischio di trasmissione, dato che più è elevata e maggiore è la probabilità che il virus sviluppi mutazioni in grado di catalizzare la resistenza ai vaccini.  Anche attraverso l'analisi genetica dei campioni raccolti è possibile determinare se il vaccino testato stia guidando una forma di resistenza, ad esempio mettendo a confronto i profili di pazienti vaccinati e non vaccinati e intercettando eventuali modifiche al patrimonio genetico virale.

Per rallentare il processo che determina la resistenza ai vaccini, spiegano gli autori dello studio, si può fare riferimento alla combinazione di più antibiotici utilizzata contro i batteri. Analogamente alla terapia antibiotica combinata progettata per contrastare l'emersione di superbatteri, infatti, “i vaccini creati per indurre una risposta immunitaria ridondante – o uno in cui il sistema immunitario è incoraggiato a colpire più siti, chiamati epitopi – sulla superficie del virus, possono ritardare l'evoluzione della resistenza ai vaccini”, ha dichiarato il professor Read, docente di Biologia ed Entomologia, oltre che direttore dell'Huck Institutes of the Life Sciences. “Questo perché il virus dovrebbe acquisire diverse mutazioni, invece di una sola, per sopravvivere all'attacco del sistema immunitario dell'ospite”, ha concluso lo scienziato. I dettagli della ricerca “Monitor for COVID-19 vaccine resistance evolution during clinical trials” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PloS Biology.

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