La pandemia di coronavirus potrebbe colpirci a “ondate” stagionali, con un picco dei contagi nel periodo primaverile che stiamo affrontando adesso, una flessione durante l'estate e una nuova grande impennata tra l'autunno e l'inverno, fino ad abbracciare l'inizio del prossimo anno (e oltre). In pratica, potremmo non riuscire a liberarci della COVID-19 (l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2) nei prossimi mesi, nonostante le rigide misure draconiane e di distanziamento sociale attuate in molti Paesi per spezzare la catena dell'infezione. Poiché secondo l'OMS sarà necessario attendere dai 12 ai 18 mesi per avere un vaccino, proprio alla luce di questi picchi stagionali è verosimile che le misure di contenimento possano essere prolungate fino alla primavera del 2021, allentandole o rafforzandole in base alle necessità.

A suggerire l'andamento stagionale della pandemia di coronavirus è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma, Svezia, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di microbiologia clinica presso l'ospedale universitario Karolinska University Hospital, dell'Istituto Biozentrum dell'Università di Basilea e dell'Istituto svizzero di bioinformatica (Svizzera). Gli scienziati, coordinati dal professor Jan Albert, docente di controllo delle malattie infettive presso il Dipartimento di Microbiologia, Biologia dei tumori e delle cellule dell'istituto svedese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto un sofisticato modello matematico in grado di prevedere la diffusione di un patogeno pandemico come il SARS-CoV-2.

Per ipotizzare il comportamento del coronavirus responsabile della COVID-19, il professor Albert e i colleghi hanno “dato in pasto” al supercomputer i dati epidemiologici dei quattro coronavirus endemici chiamati 229E, HKU1, NL63 e OC43, supponendo che anche il SARS-CoV-2 possa avere un analogo comportamento stagionale. Si tratta di patogeni praticamente ubiquitari, responsabili dei lievi raffreddori che tradizionalmente ci colpiscono con maggiore frequenza nel periodo invernale. Basti pensare che dall'analisi di oltre 50mila campioni conservati presso il Karolinska Institute, è stato osservato che l'infezione da uno dei quattro virus era 10 volte più probabile nel periodo compreso tra dicembre e aprile rispetto a quello tra luglio e settembre.

Partendo da questi presupposti e inserendo nel modello matematico (chiamato SIR) altri parametri noti del coronavirus, le simulazioni hanno fatto emergere lo scenario sopraindicato: un picco più “contenuto” all'inizio del 2020 nelle regioni temperate dell'emisfero settentrionale e un picco più intenso nell'inverno tra 2020 e 2021. In pratica, sulla base di questo modello, dovremmo aspettarci un peggioramento dei contagi verso la fine dell'anno e l'inizio del prossimo.

Gli autori dello studio, tuttavia, sottolineano che i risultati sono sottoposti a gradi di incertezza piuttosto significativi, legati ad esempio all'impatto delle misure di lockdown e quarantena (ormai diffusi a molti Paesi). In Cina, del resto, sono riusciti a spegnere il focolaio epidemico locale e ora stanno registrando solo casi di ritorno, importati dall'estero, un rischio che potrebbe palesarsi anche in Italia qualora anche noi riuscissimo ad arrestare la diffusione del virus nelle prossime settimane.

I possibili scenari

In base a un recente studio condotto da scienziati dell'Imperial College di Londra, fino a quando non sarà disponibile un vaccino contro il coronavirus (come indicato, 12-18 mesi) ci sono due diverse strategie da attuare per il contrasto alla sua diffusione: la mitigazione e la soppressione. La prima prevede misure di contenimento più morbide atte a rallentare la curva dei contagi, una soluzione complessa per i rischi cui verrebbe esposta la fascia della popolazione più suscettibile alle complicazioni gravi della COVID-19. La seconda, più stringente, sul modello del lockdown di Wuhan, punta a spezzare la catena dei contagi imponendo drastiche misure draconiane di distanziamento sociale, efficaci ma con un impatto potenzialmente catastrofico a livello economico e sociale, nel caso in cui si fosse costretti a protrarle nel tempo. Del resto si parla di un anno o più per avere un vaccino, e fino ad allora non si potrà "mollare" la presa. Secondo scienziati della prestigiosa Harvard Th Chan School of Public Health, proprio alla luce della potenziale natura stagionale della pandemia di coronavirus, le soluzioni draconiane "una tantum" non sarebbero come efficaci a contenere la pandemia. Nel caso in cui non fosse disponibile un vaccino entro il tempo stimato dall'OMS, sottolineano gli scienziati americani, potrebbe essere necessario protrarre le misure a intermittenza fino al 2022.

Il professor Albert ha tuttavia sottolineato che la possibile stagionalità del coronavirus potrebbe essere colta come un'opportunità, dandoci tempo di preparare i sistemi sanitari alle ondate di ricoveri (il 10 percento dei pazienti richiede terapia intensiva) e di sviluppare vaccini e nuovi farmaci antivirali. Per quanto concerne la situazione italiana, come specificato a fanpage dal professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università degli Studi di Milano, dovremmo vedere la luce in fondo al tunnel a fine aprile e avere un rallentamento delle misure di contenimento a maggio, ma non sarà un "tutti liberi al mare". I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Swiss Medical Weekly.