Cervello. Credit: kalhh
in foto: Cervello. Credit: kalhh

Il recente studio “The international EAN survey on neurological symptoms in patients with COVID‐19 infection” condotto da scienziati italiani della Clinica Neurologica III dell’Ospedale San Paolo e dell’Università Statale di Milano ha dimostrato che circa il 75 percento dei pazienti con COVID-19 (l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2) ricoverati in ospedale o che comunque finiscono al pronto soccorso manifesta sintomi neurologici. Tra quelli noti figurano mal di testa; perdita dell'olfatto (anosmia) e del gusto (disgeusia); coscienza alterata; delirio; vertigini; difficoltà a concentrarsi e convulsioni, ma anche condizioni più gravi come encefalopatie (infezione – gonfiore del cervello), ictus e coma.

Ad oggi non è ancora completamente chiaro in che modo il patogeno emerso in Cina riesce a colpire il sistema nervoso centrale e ad alterale la funzione cerebrale, e per provare a delineare meglio l'impatto dell'infezione i due scienziati Arun Raj Antony dell'Università di Pittsburgh e Zulfi Haneef dell'autorevole Baylor College of Medicine (Stati Uniti) hanno deciso di condurre un approfondito studio di revisione su 84 ricerche specifiche, sia pubblicate su riviste scientifiche che ancora in attesa di revisione fra pari. Nel complesso sono stati coinvolti i dati di oltre 600 pazienti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2, con un'età media di 61 e nella maggior parte dei casi uomini (75 percento). Sono stati tutti sottoposti a un elettroencefalogramma (EEG), un esame che verifica l'attività elettrica del cervello e può rilevare come la COVID-19 riesca a influenzarla.

Per circa 420 dei pazienti l'esame è stato richiesto dai medici poiché presentavano uno stato mentale alterato: quasi i due terzi del totale aveva sperimentato condizioni come delirio, coma e confusione. Un terzo dei pazienti ha invece avuto delle crisi convulsive, mentre alcuni hanno sviluppato problemi nel linguaggio. L'analisi degli elettroencefalogrammi ha fatto emergere un quadro di anomalie nell'attività cerebrale che in alcuni casi erano assimilabili a quelle degli attacchi epilettici, per via di schemi ritmici e picchi. L'anomalia più diffusa è stata l'attività lenta diffusa, rilevata quasi nel 70 percento dei casi, seguita rallentamento focale (17 percento) e altri pattern delle onde cerebrali, la maggior parte dei quali localizzati nel lobo frontale. Queste alterazioni potrebbero suggerire disturbi neurologici a lungo termine.

In un comunicato stampa del Baylor College of Medicine gli scienziati sottolineano che potrebbe non essere direttamente il coronavirus a determinare queste letture anormali dell'EEG, ma “l'assunzione di ossigeno, problemi cardiaci legati alla COVID-19 o un altro tipo di effetto collaterale”, pertanto i dati dovranno essere studiati a fondo per capire come effettivamente il patogeno riesca a influenzare il cervello umano. “Questi risultati ci dicono che dobbiamo effettuare l'EEG su una gamma più ampia di pazienti, così come altri tipi di imaging cerebrale, come le scansioni MRI o TC, che ci daranno uno sguardo più da vicino sul lobo frontale. Molte persone pensano che si ammaleranno, guariranno e tutto tornerà alla normalità, ma questi risultati ci dicono che potrebbero esserci problemi a lungo termine, che è qualcosa che abbiamo sospettato e ora stiamo trovando ulteriori prove per confermalo”, ha dichiarato il professor Haneef. I dettagli della ricerca “Systematic review of EEG findings in 617 patients diagnosed with COVID-19” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Seizure: European Journal of Epilepsy.