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Coronavirus
11 Maggio 2020
12:42

Il caldo estivo non fermerà il coronavirus, secondo uno studio. Ma non tutti la pensano così

Un team di ricerca internazionale guidato da scienziati canadesi dell’Università di Toronto ha determinato che temperatura e latitudine non avrebbero un impatto nella diffusione del coronavirus. Un piccolo effetto sarebbe offerto dall’umidità, mentre risultano molto efficaci le misure draconiane di contenimento. Ma sul caldo estivo diversi scienziati sono più ottimisti.
A cura di Andrea Centini
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La temperatura e la latitudine non sembrano avere effetti significativi nel contrastare la crescita della pandemia di COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2. In altri termini, il caldo tipico dell'estate non sarebbe in grado di limitare la diffusione del patogeno emerso in Cina, come sperato da tutti noi e come suggerito da diversi studiosi. Le misure di contenimento come la chiusura delle scuole, il distanziamento sociale, il divieto di assembramento e tutte le altre restrizioni delle libertà personali messe in campo, d'altro canto,  hanno avuto (e lo hanno tuttora) un impatto sensibile nello spezzare la catena dei contagi.

A determinare che temperatura e latitudine non giocherebbero un ruolo nella diffusione della COVID-19 è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università di Toronto e del St Michael's Hospital (Canada), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della società Ava AG di Zurigo (Svizzera), del Dipartimento di Scienze della salute e della riabilitazione presso l'Università Occidentale di London (Ontario, Canada), dell'Università di Berna e di altri istituti. Gli scienziati, coordinati dal professor Peter Jüni, docente presso il Dipartimento di Medicina e Istituto di Politica, Gestione e Valutazione della Salute dell'ateneo canadese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato i dati del contagio provenienti da 144 tra aree geopolitiche e Paesi nel mondo. Tra le nazioni escluse dai calcoli figurano l'Italia, l'Iran, la Cina e la Corea del Sud, poiché nel momento in cui sono state effettuate le valutazioni la pandemia di COVID-19 era in declino o in crescita esponenziale.

La crescita della pandemia è stata stimata analizzando i dati sui casi di contagio registrati nel mese di marzo (tra il 20 e il 27 del mese), andando a rilevare l'influenza di numerosi fattori climatici, geografici e relativi alle misure draconiane introdotte dai vari governi. Incrociando i dati è emerso che le temperature e la latitudine hanno avuto un impatto trascurabile (o non ne hanno avuto alcuno) nel rallentare la curva dei contagi, mentre l'umidità sembra aver dato un piccolo contributo nel frenare la progressione del virus. “Avevamo condotto uno studio preliminare secondo il quale sia la latitudine che la temperatura sembravano svolgere un ruolo, ma quando abbiamo ripetuto lo studio in condizioni molto più rigorose, abbiamo ottenuto il risultato opposto”, ha dichiarato il professor Jüni. “L'estate non lo farà sparire”, ha dichiarato l'epidemiologa e coautrice dello studio Dionne Gesink. “È importante che le persone lo sappiano”, ha aggiunto la specialista della Scuola di Sanità pubblica Dalla Lana. Gli scienziati hanno rilevato che le misure draconiane hanno invece un effetto molto significativo nel rallentare la curva dei contagi.

I risultati del nuovo studio, pubblicati sulla rivista scientifica CMAJ (Canadian Medical Association Journal), contrastano non solo con le nostre speranze, ma anche con le riflessioni di molti scienziati e i risultati cui sono giunti. Sulla base dei dati dell’applicazione “Monthly Climate Explorer for COVID-19” del Servizio per i cambiamenti climatici della missione Copernicus, risulta ad esempio che temperature elevate e umidità sarebbero sfavorevoli alla diffusione del coronavirus. Gli scienziati Gentile Francesco Ficetola e Diego Rubolini dell’Università degli studi di Milano hanno osservato che il SARS-CoV-2 predilige un clima freddo e secco per diffondersi, con temperature ideali attorno ai 5° C e un’umidità nell'intervallo tra 0,6 e 1 kilopascal. “Il caldo e la vita all’aria aperta potrebbero limitare il contagio”, ha affermato a RaiNews24 la dottoressa Sylvie Briand, direttrice del Dipartimento per la gestione dei rischi infettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il professor Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele di Milano, al Corriere della Sera ha dichiarato che “è molto probabile che l'arrivo del caldo possa influenzare il livello di aggressività del germe”. Un depotenziamento del virus sembra sia già in atto, come osservato ad esempio dal virologo Guido Silvestri, direttore del Dipartimento di Patologia presso la Emory University di Atlanta e della Divisione di Microbiologia ed Immunologia allo Yerkes National Primate Research Center. Per lo scienziato potrebbe essere coinvolto anche il caldo, che causa infezioni con un inoculo virale più basso. Viaggiando nelle goccioline espulse (droplet), del resto, a temperature più alte esse evaporano più velocemente e le particelle virali eventualmente presenti nell'ambiente si disperdono molto più rapidamente. Non resta che attendere le prossime settimane, per sapere quale sarà l'effettivo impatto del caldo nel nostro Paese e nell'emisfero boreale tutto.

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