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8 Ottobre 2020
17:13

Il buco nell’ozono è diventato più grande della Russia: picco di 24 milioni di km2 a inizio ottobre

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha annunciato che il buco nell’ozono negli scorsi giorni ha raggiunto un’estensione di ben 24 milioni di chilometri quadrati, un’area più grande della Russia. Il fenomeno è legato all’azione del vortice polare, che ha favorito le reazioni dei composti chimici prodotti dall’uomo in grado di degradare l’ozonosfera.
A cura di Andrea Centini
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Tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre il buco nell'ozono sull'Antartico ha raggiunto un picco massimo di estensione pari a 24 milioni di chilometri quadrati, un'area più estesa della grande Russia. La crescita della voragine nell'ozonosfera si era avviata a metà agosto ed è culminata nel weekend della scorsa settimana, iniziando poi un percorso inverso. Adesso, secondo una nota pubblicata dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO – World Meteorological Organization), che si avvale dei dati raccolti da molteplici istituzioni, il buco si è già ristretto di 1 milione di chilometri quadrati rispetto alla settimana scorsa.

Tali fluttuazioni del buco dell'ozono tuttavia non devono stupire, poiché ciclicamente esso raggiunge le dimensioni massime proprio durante questo periodo dell'anno. L'estensione è intimamente connessa alle temperature e a fenomeni climatici, che possono influenzare l'azione delle sostanze prodotte dall'uomo alla base della voragine. Il dato di quest'anno fa comunque riflettere, considerando che solo nel 2019 il buco aveva raggiunto le dimensioni minime dal 1982. Secondo i dati della NASA e dell'Amministrazione nazionale oceanica ed atmosferica (NOAA), infatti, tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre dello scorso anno l'estensione era pari "solo" a 10 milioni di chilometri quadrati. In quel caso le dimensioni contenute furono guidate dall'impatto dei cambiamenti climatici, mentre quest'anno a mantenerlo così ampio sarebbe l'effetto del vortice polare. Secondo gli esperti della WMO nelle prossime settimane la voragine dovrebbe continuare a ridursi fino a raggiungere livelli nella media entro la fine dell'anno.

“C'è molta variabilità sugli eventi che influenzano il buco nell'ozono ogni anno. Il buco nell'ozono del 2020 assomiglia a quello del 2018, che era anche un buco abbastanza grande, ed è sicuramente nella parte superiore del gruppo degli ultimi quindici anni circa”, ha dichiarato il professor Vincent-Henri Peuch, direttore del Copernicus Atmosphere Monitoring Service. “Con la luce del sole tornata al Polo Sud nelle ultime settimane, abbiamo assistito a una continua riduzione dell'ozono nell'area. Dopo il buco dell'ozono insolitamente piccolo e di breve durata nel 2019, causato da condizioni meteorologiche speciali, ne stiamo registrando uno piuttosto grande anche quest'anno, il che conferma che dobbiamo continuare ad applicare il protocollo di Montreal che vieta le emissioni di sostanze chimiche che riducono lo strato di ozono”, ha aggiunto il professor Peuch.

Alla base dell'apertura del buco dell'ozono vi sono composti chimici prodotti dall'uomo come refrigeranti e propellenti alla stregua dei dei clorofluorocarburi (CFC). Queste sostanze reagiscono con la radiazione solare e liberano il cloro, che a sua volta si lega con l'ozono e lo degrada. Le temperature fredde agevolano la formazione di nubi stratosferiche che favoriscono l'azione di queste sostanze, ed è per questo che l'intenso vortice polare di quest'anno ha determinato una voragine così grande. L'ozonosfera si trova tra i 15 e i 30 chilometri di altezza e rappresenta un fondamentale scudo contro le letali radiazioni ultraviolette emesse dal Sole; ecco perché è fondamentale contenere l'estensione della voragine, mettendo un freno alle sostanze chimiche che favoriscono l'allargamento.

Il protocollo di Montreal firmato nel 1987 da numerosi Paesi è volto proprio a vietare la produzione e l'utilizzo di determinati composti, in primis i già citati clorofluorocarburi (CFC). L'annuncio dell'estensione "super" del buco dell'ozono è stato fatto nel giorno della scomparsa professor Mario Molina, vincitore del Nobel per la Chimica nel 1995 proprio per aver scoperto i meccanismi attraverso cui i clorofluorocarburi (CFC) riescono a degradare l'ozonosfera.

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