vegetariani

Alla fine del 2011, sulla pagina online The Conversation, apparve un articolo destinato, almeno in un primo momento, a suscitare accese polemiche: il suo autore era l’australiano Mike Archer, della University of New Wales, e il titolo era «Mangi cibo vegetariano? C’è più sangue sulle tue mani». L’articolo, che prendeva in esame la situazione faunistica e dello stato dei terreni dell’Australia (che, inutile sottolinearlo, poco o nulla hanno a che vedere con quella del Vecchio Continente o, ancora, dell’America) sosteneva, in parole molto povere data la lunghezza e la complessità dello scritto, che una dieta che non prevedesse il consumo di carne portasse in realtà ad uccidere molte più creature rispetto a quella onnivora.

Partendo dalla considerazione che, ad una prima occhiata, appare davvero molto poco chiaro (e molto poco logico) in che maniera, esattamente, il consumo di carne potrebbe in qualche modo evitare le uccisioni degli animali, sorge spontanea la domanda in merito ai metodi statistici adottati (qualora si sia ricorso a questi, naturalmente) dal momento che, eccezion fatta per casi estremi, difficilmente nella vita si incapperà in un individuo che, pur mangiando bistecche ed hamburger, non accompagni tale pietanze con delle verdure, o che non si sia mai nutrito di legumi e cereali. Tant'è che la tesi del professor Archer, oltre ad essere corredata da oltre trecento commenti al suo indirizzo non tutti esplicitamente lusinghieri, non ha avuto poi grandissimo seguito, né nel mondo dell’informazione né, tanto meno, presso le agenzie che si occupano di studi e ricerche sull'alimentazione.

Poi, poche settimane fa, la notizia ha ripreso a girare in Italia dopo esser stata ripreso dal sito di FederFauna, ovvero della Confederazione Europea delle Associazioni di Allevatori, Commercianti e Detentori di Animali; un’azione che ha il vago sapore di un “conflitto di interessi”. Dalla pagina online sono stati ripresi alcuni temi fondamentali tra quelli esplicitati da Mike Archer il quale sottolinea come i crimini contro gli animali di cui si macchierebbero vegani e vegetariani sarebbero quantificabili, addirittura, in circa 25 volte in più il numero di animali senzienti assassinati. Vediamo come, dalle parole di FederFauna:

Archer ha evidenziato ciò che è ovvio, ma di cui la gente spesso non si accorge: mentre la maggior parte dei bovini macellati si nutrono al pascolo di vegetazione perlopiù spontanea, la produzione di grano, riso e legumi richiede l'eliminazione di tale vegetazione autoctona e ciò si traduce nella morte di migliaia e migliaia di animali la cui vita era legata a quell'ecosistema e a quel tipo di vegetazione. Quindi, visto che dal pascolo non si ottengono vegetali che l'uomo possa consumare, per ottenere più vegetali consumabili dall'uomo, è necessario distruggere nuova vegetazione spontanea, con le conseguenze appena descritte. Qualcuno ora obbietterà che l'Italia abbia estensioni ben diverse dall'Australia e che qui gli animali non pascolino. Beh!, sappia che nel mondo i pascoli e le praterie coprono più del doppio della superficie destinata alle colture e che nel nostro Paese, che è un puntolino sul mappamondo, gran parte della carne bovina, suina, ovina ed anche equina e' di importazione.

Ora va da sé come le dichiarazioni del Professor Archer siano soltanto una piccolissima parte di tutti i dibattiti e le idee che circolano attorno ai principi che muovono i vegetariani: insomma, ridurre una pratica in crescente diffusione, che oltretutto affonda le sue più remote radici in antichissime filosofie, all'ennesima sterile bagarre a colpi di titoli sensazionalistici, sarebbe veramente poco rispettoso nei confronti di quanti hanno scelto di intraprendere un cammino come quello che comporta una dieta priva di carne (e, talvolta, dei derivati degli animali); e, del resto, sarebbe anche discretamente inutile dal momento che difficilmente modificherebbe le scelte dei singoli.