Coronavirus
1 Settembre 2021
09:32

I pazienti Covid hanno un rischio di miocardite 16 volte superiore

Mettendo a confronto i casi di miocardite diagnosticati nel 2019 e nel 2020, durante la pandemia di COVID-19, un team di ricerca americano dei CDC ha determinato che i pazienti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2 hanno un rischio medio 16 volte superiore di sviluppare l’infiammazione cardiaca. Per i minori di 16 anni e gli anziani 75 anni o più tale rischio è di oltre 30 volte superiore.
A cura di Andrea Centini
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La miocardite, come specificato dall'Istituto Humanitas, è un'infiammazione del muscolo cardiaco generalmente legata a infezioni di origine virale, batterica o fungina. Come emerso dalle indagini epidemiologiche, fa parte anche delle possibili complicazioni della COVID-19, la malattia provocata dal coronavirus SARS-CoV-2. Gli scienziati dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC – Centers for Disease Control and Prevention) degli Stati Uniti hanno deciso di confrontare l'incidenza della condizione da quando è scoppiata la pandemia rispetto all'anno precedente, determinando che i pazienti contagiati dal patogeno pandemico hanno in media un rischio 16 volte superiore di sviluppare l'infiammazione del muscolo cardiaco. La miocardite è stata indicata anche come un potenziale (e raro) effetto collaterale del vaccino anti Covid di Pfizer, principalmente in adolescenti maschi, che nella stragrande maggioranza dei casi si manifesta in forma lieve.

A determinare che i pazienti Covid hanno un rischio medio 16 volte superiore di sviluppare la miocardite rispetto ai non contagiati è stato un team di ricerca guidato dal COVID-19 Response Team dei CDC, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Scuola di Medicina dell'Università Emory di Atlanta e del Children’s Healthcare di Atlanta (Georgia). Gli scienziati, coordinati dal professor Tegan K. Boehmer, sono giunti alle loro conclusioni analizzando i dati di un grande database amministrativo ospedaliero (il Premier Healthcare Database Special COVID-19 Release o PHD-SR) che coinvolge i pazienti di oltre 900 strutture sanitarie statunitensi. Gli scienziati hanno messo a confronto l'incidenza della miocardite nel 2019 con il periodo marzo 2020 – gennaio 2021, che collima col primo anno di pandemia di COVID-19. Dall'analisi statistica è emerso che nel 2020 è stato registrato il 42,3 percento di casi in più di miocardite rispetto al 2019, ovvero 4.560 contro 3.205, proprio a causa della diffusione del coronavirus SARS-CoV-2. Nei pazienti ricoverati in ospedale/ambulatorio con diagnosi di COVID-19 il rischio di miocardite era dello 0,146 percento, mentre in quelli ricoverati non infettati dal SARS-CoV-2 era appena dello 0,009 percento. Tra i pazienti con miocardite, quelli con diagnosi di Covid erano in percentuale simile tra maschi e femmine, ovvero 42,4 percento e 40,9 percento.

Complessivamente il rischio di infiammazione al muscolo cardiaco risultava basso sia per i pazienti Covid che per quelli non Covid, tuttavia per i primi le probabilità erano sensibilmente superiori, come mostrano i dati relativi alle varie fasce di età. In media, come indicato, il rischio di miocardite risultava essere di 15,7 volte superiore per i pazienti Covid: nella fascia di età tra i 16 e i 39 anni era invece di circa 7 volte superiore, mentre era oltre le 30 volte maggiore in quelli con meno di 16 anni e in chi aveva un'età uguale o superiore ai 75 anni. Tra i 2.116 pazienti con COVID-19 e miocardite, l'89,6 percento (1.895) ha avuto il tampone positivo e lo sviluppo dell'infiammazione cardiaca nello stesso mese; in 139 (6,6 percento) hanno avuto la diagnosi di miocardite un mese dopo quella di Covid, mentre il 3,9 percento (82) 2 mesi dopo o più.

“Questi risultati sottolineano l'importanza di implementare strategie di prevenzione COVID-19 basate sull'evidenza, inclusa la vaccinazione, per ridurre l'impatto sulla salute pubblica di COVID-19 e le sue complicanze associate”, hanno affermato il professor Boehmer e colleghi. Come indicato, la miocardite è stata associata anche al vaccino anti Covid di Pfizer. Nei ragazzi americani in cui è stata diagnosticata dopo la vaccinazione è risultata lieve; sono stati tutti dimessi in 2-6 giorni dall'ospedale, dopo un trattamento a base di immunoglobuline per via endovenosa e corticosteroidi. I dettagli della ricerca “Association Between COVID-19 and Myocarditis Using Hospital-Based Administrative Data — United States, March 2020–January 2021” sono stati pubblicati sul sito dei CDC.

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