Tra le caratteristiche non ancora pienamente comprese della pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 vi è la trasmissibilità dell'infezione da parte dei bambini, che generalmente sembrano mostrare una sintomatologia più lieve rispetto alle altre fasce della popolazione (pur non mancando casi gravi e purtroppo anche fatali). Diversi studi hanno determinato che i più piccoli avrebbero una capacità ridotta di trasmettere il patogeno emerso in Cina, spingendo due pediatri americani dell'Università del Vermont esperti di malattie infettive ad affermare che i bambini non stanno diffondendo il coronavirus, esortando di conseguenza le autorità ad aprire le scuole senza indugio.

Questa scarsa capacità dei bambini di trasmettere il coronavirus sarebbe tale fino ai 9 anni di età, mentre per i bambini (e ragazzi) dai 10 a 19 anni anni la capacità di trasmissione sarebbe analoga a quella degli adulti, secondo un nuovo e approfondito studio effettuato in Corea del Sud. A condurlo un team di ricerca del Korea Centers for Disease Control and Prevention di Cheongju, che ha analizzato i casi di quasi seimila pazienti “indice” (coloro che hanno innescato un focolaio in una determinata famiglia/comunità) e dei loro 60mila contatti. Il periodo di riferimento dell'indagine è stato quello compreso tra il 20 gennaio e il 27 marzo 2020, nella primissima fase della pandemia che ha sconvolto il mondo intero.

Dall'analisi dei dati è emerso che tra i 60mila contatti dei pazienti indice, circa 10.500 erano quelli in ambito familiare; fra essi l'11,8 percento ha sviluppato l'infezione, contro l'1,9 percento dei contatti non familiari. Analizzando le varie fasce d'età, i ricercatori coordinati dal professore di epidemiologia Eun Kyeong Jeong – membro del Centro nazionale di risposta all'emergenza COVID-19 – hanno scoperto che nelle famiglie con i bambini più grandi (fascia 10 – 19 anni) il tasso di infezione domestica era pari al 18,6 percento, contro il 5,3 percento rilevato nelle famiglie con bambini nella fascia di età 0-9 anni. Ciò suggerisce che per i bambini al di sotto dei 10 anni di età la probabilità di diffusione del virus sono circa la metà rispetto alla media di tutte le altre fasce (11,8 percento, come indicato). Secondo gli esperti ciò potrebbe essere legato al fatto che i piccoli espirano meno aria degli adulti, e inoltre, a causa della statura, le eventuali particelle virali cadono molto più vicine al suolo.

Come dichiarato al New York Times dal dottor Ashish Jha, direttore dell'Harvard Global Health Institute, lo studio coreano “è fatto con molta attenzione, è sistematico e riguarda una popolazione molto ampia”, per questo lo considera uno dei migliori che ha affrontato questo delicato argomento. Non mancano tuttavia alcuni limiti, dato che non è stato considerato l'impatto degli asintomatici e il fatto che le infezioni famigliari possano essere state scatenate da un “esterno”, e non dal cosiddetto "caso indice". Alla luce di questi risultati, il rischio di nuovi focolai a seguito della riapertura delle scuole non andrebbe comunque assolutamente sottovalutato, pertanto gli autori dello studio suggeriscono di prendere tutte le misure del caso sin da subito, per scongiurare un'impennata dei contagi. I dettagli della ricerca “Contact Tracing during Coronavirus Disease Outbreak, South Korea, 2020” sono stati pubblicati in via preliminare sulla rivista scientifica specializzata Emerging Infectious Diseases.