A oltre un anno dall'inizio della pandemia di COVID-19, gli scienziati non hanno ancora potuto comprendere ogni caratteristica del coronavirus SARS-CoV-2, anche a causa della breve storia naturale della malattia che provoca. Ad esempio non sappiamo con certezza quale sia la durata dell'immunità innescata dall'infezione (si ritiene almeno 6-8 mesi), così come quella indotta dai vaccini anti Covid (l'AIFA suggerisce 9-12 mesi). Un altro dettaglio "nebuloso" è relativo all'infettività dei bambini, che pur risultando sensibilmente meno colpiti dalle complicazioni riscontrabili negli adulti, in rari casi possono sperimentare un'infezione grave e purtroppo anche fatale. Secondo un nuovo studio, i piccoli sarebbero sensibilmente meno contagiosi dei grandi, pertanto gli autori della ricerca indicano che la riapertura (in sicurezza) di scuole primarie/asili nido e delle altre attività per l'infanzia andrebbe incentivata e sostenuta, proprio alla luce del rischio ridotto.

A condurre la nuova indagine è stato un team di ricerca canadese guidato da scienziati del Cadham Provincial Laboratory – Manitoba Health e di vari dipartimenti dell'Università di Manitoba, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del National Microbiology Laboratory e dell'Agenzia per la sanità pubblica del Canada. Gli scienziati, coordinati dai professori Jared Bullard e Guillaume Poliquin, docenti presso il Dipartimento di Pediatria e Salute del Bambino del Max Rady College of Medicine, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto specifici test di laboratorio in grado di rilevare l'infettività dei campioni biologici dei pazienti contagiati dal virus. In tutto sono stati coinvolti a 305 campioni estratti con tamponi oro-rinofaringei, la cui positività è stata confermata attraverso il test diagnostico RT-PCR (reazione a catena della polimerasi inversa). Fra i campioni, tutti ottenuti tra marzo e dicembre 2020 da residenti nell'area di Manitoba, in 97 provenivano da bambini con un'età pari o inferiore a 10 anni; 78 da bambini con età compresa tra gli 11 e i 17 anni e i restanti 130 da giovani e adulti con un'età superiore ai 18 anni.

Per determinare l'infettività dei campioni, il team guidato da Bullard e Poliquin li ha sottoposti a una serie di specifiche indagini, mettendo a confronto i dati degli adulti e dei bambini per la crescita virale in coltura cellulare; del ciclo dei valori di soglia della reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa (RT-PCR) del gene E del SARS-CoV-2 e i valori della dose infettiva nella coltura tissutale al 50% (TCID50 / mL). Dalle analisi è emerso che la crescita virale nelle cellule in coltura è stata complessivamente rilevata nel 31 percento dei campioni: 18 (19 percento) tra quelli prelevati dai bambini con età pari o inferiore a 10 anni; 18 (23 percento) tra quelli dei bambini con età compresa tra 11 e 17 anni e 57 (44 percento) di quelli degli adulti. La soglia del ciclo era invece di 25,1 per il gruppo dei bambini più piccoli; 22,2 per quelli con età compresa tra gli 11 e i 17 anni e 18,7 negli adulti (il valore più basso corrisponde a un risultato peggiore). L'ultimo test sulla dose infettiva in coltura tissutale ha determinato che la mediana TCID50 / mL era sensibilmente più bassa nei bambini di età compresa tra 11 e 17 anni (316) rispetto agli adulti (5620), come si legge nell'abstract dello studio.

Sebbene questi dati scientifici possano apparire poco intuitivi, rappresentano un quadro di evidente e ridotta infettività dei campioni virali estratti dai bambini. Rispetto agli adulti, spiegano gli autori dello studio, i bambini avevano meno probabilità di far sviluppare il virus nelle colture cellulari, inoltre avevano soglie di ciclo più elevate e concentrazioni virali più basse, suggerendo che "non sono i principali vettori nella trasmissione del coronavirus SARS-CoV -2″. “I nostri risultati hanno importanti implicazioni cliniche e sulla salute pubblica. Se i bambini più piccoli sono meno capaci di trasmettere il virus infettivo, gli asili nido, le scuole in presenza e le attività extrascolastiche non a rischio possono continuare in sicurezza, con le precauzioni appropriate e con un rischio inferiore rispetto a quello precedentemente stimato per il personale che si occupa di assistenza all'infanzia, gli educatori e il personale di supporto”, ha dichiarato il professor Bullard in un comunicato stampa. I dettagli della ricerca “Infectivity of severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 in children compared with adults” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica CMAJ.