Uno dei potenziali rischi della vaccinazione è lo sviluppo di una reazione allergica grave alle sostanze inoculate, che in casi estremi possono determinare un vero e proprio shock anafilattico o anafilassi, un'emergenza medica potenzialmente fatale se non prontamente e adeguatamente trattata. Sono eventi assai rari – circa uno su un milione, come dichiarato alla CNN dal dottor Paul Offit della FDA – tuttavia con l'avvio della campagna vaccinale senza precedenti contro il coronavirus SARS-CoV-2 il tema è finito al centro dei riflettori, in particolar modo a causa dei primi casi di reazioni allergiche importanti in alcuni pazienti. Nel momento in cui stiamo scrivendo sono noti alcuni casi nel Regno Unito e due negli Stati Uniti, dove è iniziata la somministrazione del vaccino “BNT162b2” messo a punto dal colosso farmaceutico americano Pfizer in stretta collaborazione con l'azienda tedesca di biotecnologie BioNTech. Il caso che sta facendo più discutere è quello di un'operatrice sanitaria di mezza età del Bartlett Regional Hospital, in Alaska, che è stata addirittura ricoverata in terapia intensiva, anche se non ne aveva effettivamente bisogno.

A spiegare come sono andate le cose è stata la dottoressa Lindy Jones del nosocomio, che ha seguito la collega dopo l'emersione dei sintomi. Tutti coloro che si sottopongono alle iniezioni vengono monitorati per una trentina di minuti dal personale sanitario, proprio per verificare lo sviluppo di una potenziale reazione allergica. L'operatrice sanitaria, ha spiegato la dottoressa Jones alla NBC, ha iniziato a sviluppare un rash cutaneo sul volto e sul busto dopo circa 10 minuti dall'iniezione, ed è stata immediatamente trattata con un antistaminico, il Benadryl. Poiché la sua frequenza cardiaca è aumentata in modo significativo e ha iniziato ad accusare difficoltà respiratorie, la paziente è stata immediatamente inviata al pronto soccorso dove le è stata fatta un'iniezione di emergenza di epinefrina. “Ero preoccupata che potesse sviluppare una reazione anafilattica”, ha dichiarato la dottoressa Jones. Dopo il trattamento i sintomi si sono attenuati, ma poi si sono ripresentati nuovamente, spingendo i colleghi a trattarla con l'adrenalina e a trasferirla in un reparto di terapia intensiva. Come spiegato dalla Jones, tuttavia, la donna non aveva bisogno "necessariamente" del ricovero in rianimazione: “Qui siamo un piccolo piccolo ospedale, quindi se siamo preoccupati per qualcuno, lo mettiamo in terapia intensiva”. In pratica, è stata una precauzione per essere pronti a qualunque evenienza. La sfortunata operatrice sanitaria, che non aveva alcuna storia di reazioni allergiche, dopo la notte di ricovero si è ripresa e si è detta entusiasta per la vaccinazione ricevuta, benché i medici le sconsiglieranno di sottoporsi alla seconda dose. Nelle scorse ore è stato annunciato anche un secondo caso di reazione allergica in Alaska, ma meno severo del primo.

In base agli studi clinici condotti sino ad oggi e all'analisi dell'FDA, che ha autorizzato l'uso di emergenza, il vaccino di Pfizer-BioNTech oltre a essere considerato molto efficace (95 percento circa) è ritenuto sicuro, tenendo presente fra le decine di migliaia di persone trattate sono emersi effetti collaterali da lievi a moderati, non dissimili da quelli che si sperimentano dopo una comune vaccinazione antinfluenzale. Dolore al sito dell'iniezione, affaticamento, febbre per un giorno, mal di testa e dolori articolari sono stati fra i più comuni. Come spiegato da alcuni esperti in un documento su Science, tuttavia, sebbene si tratti di sintomi attesi, l'intensità rilevata – laddove si manifestano – risulta essere maggiore rispetto a quella delle vaccinazioni comuni. La ragione di questa reattogenicità superiore sarebbe legata alla tecnologia su cui si basa il BNT162b2, un vaccino a mRNA come quello di Moderna Inc. e NIAID, per il quale vale il medesimo ragionamento. In particolar modo, a sollecitare gli effetti collaterali sarebbero le nanoparticelle lipidiche all'interno delle quali si trova l'informazione genetica delle proteine virali del coronavirus, che viene inoculata per spingere le nostre cellule a produrle. Quando le proteine sono pronte e iniziano a circolare nell'organismo, il sistema immunitario le riconosce come "nemiche" sviluppando anticorpi per neutralizzarle. Nello specifico si determina immunità verso la proteina S o Spike del coronavirus, quella che il patogeno sfrutta per legarsi alle cellule umane (attraverso il recettore ACE-2) e distruggere la parete cellulare. In questo modo riversa il materiale genetico (RNA virale) all'interno e dà il via al processo di replicazione, che è alla base dell'infezione chiamata COVID-19. La reazione allergica dell'operatrice sanitaria in Alaska e degli altri pazienti potrebbe essere legata proprio a queste nanoparticelle, dato che sono in grado di innescarla in modelli animali anche quando non contengono l'informazione genetica, come spiegato dagli esperti nell'articolo su Science.

Al momento i CDC americani e altri enti sanitari non raccomandano la vaccinazione contro il coronavirus SARS-CoV-2 nei pazienti che hanno sperimentato reazioni allergiche gravi a un “prodotto medico iniettabile”, e lo stesso ha annunciato l'Agenzia del farmaco britannica (MHRA). Al momento non c'è alcuna controindicazione per le altre fasce della popolazione, con l'eccezione di donne incinte e bambini/adolescenti al di sotto dei 16 anni di età, ma solo perché al momento mancano ancora dati adeguati dagli studi clinici.