I pazienti positivi al coronavirus SARS-CoV-2 presentano concentrazioni elevate di una proteina (un fattore di crescita) chiamata “Transforming growth factor beta-induced protein” o TGFBIp, sia nella forma normale che in quella acetilata. In quelli con la forma grave della COVID-19, l'infezione causata dal patogeno emerso in Cina, i livelli risultano ancora superiori. Al momento non è chiaro se TGFBIp possa essere considerato un biomarcatore diagnostico dell'infezione, ciò nonostante si tratta di un bersaglio privilegiato per terapie ad hoc con anticorpi, in grado di migliorare lo stato infiammatorio innescato dalla cosiddetta “tempesta di citochine”, una complicazione della COVID-19 potenzialmente fatale, causata da una reazione spropositata del sistema immunitario.

A scoprire che i pazienti contagiati dal coronavirus hanno livelli più elevati di questa proteina è stato un team di ricerca sudcoreano guidato da scienziati dell'Università Nazionale di Kangwon, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Korea Institute of Science and Technology (KIST), del Centro medico dell'Università di Yeungnam, dell'Università Nazionale Chungnam e di altri istituti. Gli scienziati, coordinati dal professor Hee Ho Park, docente presso il Dipartimento di Biotecnologia e Bioingegneria dell'ateneo di Chuncheon, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato il sangue di oltre cento pazienti ricoverati in ospedale a causa della COVID-19, e aver messo a confronto i risultati con le analisi di pazienti colpiti dalla forma lieve dell'infezione e di un gruppo di controllo composto da soggetti sani.

Come indicato, Hee Ho Park e colleghi hanno trovato livelli elevati di TGFBIp in tutti i pazienti contagiati dal coronavirus, e fra quelli ricoverati con polmonite e complicazioni alla stregua di sepsi e sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) essi erano sensibilmente e costantemente superiori. Per questa ragione gli scienziati ritengono che la proteina possa essere un biomarcatore diagnostico, benché siano necessari ulteriori indagini per averne conferma. Grazie ad anticorpi specifici in grado di neutralizzare il TGFBIp, gli scienziati hanno notato un miglioramento dell'infiammazione nei pazienti trattati, con una riduzione delle citochine infiammatorie legate alla tempesta di citochine. La speranza è che i benefici di questo trattamento innovativo saranno confermati in indagini con un campione più ampio di pazienti, ed entrare così nei protocolli terapeutici per i pazienti con COVID-19. I dettagli della ricerca “Acetylated K676 TGFBIp as a severity diagnostic blood biomarker for SARS-CoV-2 pneumonia” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica ScienceAdvances.