Tra i farmaci antidolorifici, antinfiammatori e antipiretici più comunemente utilizzati vi sono i cosiddetti FANS, ovvero i farmaci anti-infiammatori non steroidei, che vengono impiegati per trattare un'ampia gamma di condizioni. Il loro diffuso utilizzo è da tempo nel mirino degli scienziati, in particolar modo a causa dei potenziali effetti collaterali a livello gastrointestinale (come il sanguinamento) e all'apparato cardiocircolatorio. Basti pensare che l'autorevole Società Europea di Cardiologia ha annunciato che i FANS – come l'ibuprofene, un farmaco da banco acquistabile senza prescrizione medica – possono aumentare sensibilmente il rischio di arresto cardiaco. Con la pandemia di COVID-19 la ricerca si è immediatamente messa in moto per comprendere quale potesse essere l'impatto dei FANS sull'infezione da coronavirus SARS-CoV-2, spingendo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – per voce del dottor Christian Lindmeier – a raccomandare di non assumerli nel caso in cui si sospetti il contagio. Un nuovo studio condotto su modelli murini (topi) e cellule umane in coltura suggerisce che i FANS possono influenzare l'evoluzione della COVID-19 attenuando la risposta infiammatoria e la produzione di anticorpi neutralizzanti, mentre non giocherebbero un ruolo sulla suscettibilità all'infezione o sulla replicazione virale. Potrebbero dunque peggiorare o migliorare l'esito della malattia in base al momento in cui li si assume.

A determinarlo un team di ricerca americano guidato da scienziati del Dipartimento di Medicina di Laboratorio della prestigiosa Università di Yale, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Immunologia e del Dipartimento di Genetica. Gli scienziati, coordinati dal professor Craig B. Wilen, docente presso la Facoltà di Medicina dell'ateneo di New Haven, hanno spiegato che l'assunzione dei FANS potrebbe essere benefica o dannosa a seconda dei tempi di somministrazione, a causa del principio di azione. “I FANS inibiscono gli enzimi cicloossigenasi-1 (COX-1) e cicloossigenasi-2 (COX-2), che mediano la produzione di prostaglandine (PG). Poiché le PG svolgono diversi ruoli biologici nell'omeostasi e nelle risposte infiammatorie, l'inibizione della produzione di PG con i FANS potrebbe influenzare la patogenesi del COVID-19 in diversi modi”, si legge nell'abstract dello studio. Ad esempio, i FANS potrebbero alterare la suscettibilità alle infezioni modificando l'espressione dell'enzima di conversione dell'angiotensina 2 (ACE2), il recettore cui si lega la proteina S o Spike del SARS-CoV-2, utilizzata come un “grimaldello biologico” per entrare nelle cellule e infettarle; potrebbero anche modulare la replicazione del SARS-CoV-2 nelle cellule così come la risposta immunitaria. Come specificato dal professor Wilen in un comunicato stampa, l'attività antinfiammatoria dei FANS potrebbe essere dannosa all'inizio dell'infezione perché in questa fase “l'infiammazione è solitamente utile”. D'altro canto, tra le complicazioni più pericolose della COVID-19 vi è proprio un'infiammazione esagerata scaturita dalla cosiddetta “tempesta di citochine”, una risposta alterata del sistema immunitario che invade l'organismo con proteine infiammatorie (interleuchine) in grado di determinare insufficienza multiorgano e sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), entrambe condizioni potenzialmente fatali.

Nell'esperimento con i topi gli scienziati americani hanno scoperto che i FANS ibuprofene e meloxicam non hanno avuto alcun effetto sull'espressione dell'ACE2 , sull'ingresso del virus nelle cellule o sulla sua replicazione, tuttavia hanno ridotto la produzione di citochine pro-infiammatorie e hanno alterato la risposta immunitaria umorale al SARS-CoV-2, come dimostrato dalla riduzione dei titoli anticorpali neutralizzanti. Questa capacità di influenzare la risposta anticorpale all'infezione naturale, con annessa riduzione degli anticorpi neutralizzanti, può attenuare la capacità del sistema immunitario di combattere l'infezione durante le prime fasi e potrebbe addirittura avere un impatto negativo sulla durata dell'immunità, sia quella scaturita dall'infezione naturale che quella della vaccinazione. A maggior ragione se si considera che in molti usano ibuprofene e affini dopo le vaccinazioni proprio per contrastare i lievi effetti collaterali che ne scaturiscono, come febbre, dolore al sito dell'iniezione, mal di testa, dolori muscolari e così via. L'impatto dei FANS sulla COVID-19 dovrà dunque essere ancora approfonditamente analizzato per comprenderne meglio gli effetti. I dettagli della ricerca “Non-steroidal anti-inflammatory drugs dampen the cytokine and antibody response to SARS-CoV-2 infection” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Journal of Virology.